Home » L’Edicola per l’Italia » Silvio Orlando: «Ho passato tutta la vita a farmi amare. E ho ancora paura di perdere quell’amore» – L’INTERVISTA

Silvio Orlando: «Ho passato tutta la vita a farmi amare. E ho ancora paura di perdere quell’amore» – L’INTERVISTA

Mentre torna al cinema con “Dio ride”, Silvio Orlando parla della paura di perdere il controllo, di un amore che gli tiene «la schiena dritta»

Silvio Orlando: «Ho passato tutta la vita a farmi amare. E ho ancora paura di perdere quell’amore» – L’INTERVISTA
Silvio Orlando

Basta una critica fra cento applausi perché Silvio Orlando pensi che sia l’unica sincera. È il paradosso di un attore che ha dato volto a uomini vulnerabili e, poi, alle proprie zone d’ombra. Oggi, mentre torna al cinema con Dio ride, parla della paura di perdere il controllo, di un amore che gli tiene «la schiena dritta», della fatica di un mestiere «scritto sull’acqua». E di un desiderio: trovare il coraggio di godersi la vita.

Orlando, in Dio ride interpreta un cardinale spiazzato da un frate che racconta Dio attraverso la risata. Lei ha cominciato facendo ridere: la comicità sfida il potere o lo rende più sopportabile?

«Nella comicità c’è sempre qualcosa di eversivo. Anche la più semplice sfugge al controllo. I comici sono un po’ matti e, quando toccano la corda irrazionale delle persone, la risata diventa contagiosa. Il potere si trova a disagio davanti a qualcuno che gli ruba la scena. Pensavo a Peppino Impastato, che prendeva in giro il mafioso Badalamenti: più ancora dell’accusa di essere mafioso, lo disarmava il fatto di essere reso ridicolo. Il potere questo non può accettarlo, perché non può essere autoironico».

Per anni ha interpretato uomini esitanti, fragili. Poi, da Sorrentino in avanti, sono arrivati personaggi che esercitano il potere. Che cosa hanno visto in lei quei registi?

«Forse la crescita artistica che ho fatto negli anni, soprattutto attraverso il teatro. Hanno intuito che anche la mia corda inquietante poteva servire a raccontare qualcosa. La cattiveria ce l’abbiamo tutti. Per molto tempo ho mostrato la parte rassicurante, accogliente, empatica. Poi ho sentito il bisogno di raccontare altre facce di me. Sono arrivati personaggi che non subiscono gli altri, ma si impongono. Il pubblico vorrebbe un attore sempre riconoscibilissimo. Se cambi rischi di perdere spettatori. Ma è un rischio che un artista deve correre».

C’è un personaggio al quale è rimasto particolarmente legato?

«Sono grato a quelli degli inizi: mi hanno dato una visibilità inattesa. Penso a Il portaborse, a La scuola. Quest’ultimo, forse, è stato il film più utile, al di là del risultato estetico. Raccontava la scuola pubblica come possibilità di ascensore sociale, per spezzare la catena del destino che ti condanna a fare il mestiere di tuo padre. Ci credevo, e ci credo ancora, anche se oggi purtroppo è meno vero. Sono personaggi che ricordo con tenerezza».

Ha parlato delle sue ombre. Con quale ha dovuto fare più i conti?

«Con la sensibilità al giudizio degli altri. Ho sempre cercato di farmi scivolare le cose addosso, senza riuscirci granché. Se novantanove persone dicono bene di me e una dice male, io vado dietro a quell’una: penso che sia l’unica sincera. È insicurezza. In questo lavoro siamo come persone alle quali manca uno strato di pelle».

Ha detto di temere la perdita del controllo. Quanto le è costato vivere sorvegliando se stesso?

«Sicuramente ho rinunciato a qualcosa. Ma quando vedo persone che perdono il controllo non penso che stiano facendo un buon lavoro su se stesse. Oggi la rabbia è molto di moda: può essere benzina per andare avanti, ma anche provocare incendi difficili da spegnere. Un po’ di autocontrollo ci vuole. Io ho una formazione piccolo-borghese: ho sempre paura di perdere qualcosa, lo status, l’amore degli altri. Noi facciamo questo lavoro per essere amati, alla fine. E la possibilità di perdere quell’amore ti condiziona. Il piccolo borghese è quello che ha paura della propria ombra».

E l’amore romantico invece, come lo vive?

«Io sono posseduto da un amore che non so se ho scelto. Forse mi è stato dato. Quando lo dico mia moglie si arrabbia sempre. Credo che l’amore, come tante cose determinanti nella vita, ti venga dato: non scegli tua madre, la tua famiglia, il tuo fisico, come sei fatto. Credo anche in un disegno che ci sovrasta e può portarti cose belle, se sai riconoscerle. A volte ti passano davanti e ti sfuggono. Con mia moglie stava quasi succedendo: all’inizio ero distratto, ci è voluto un po’. Lei ha un suo modo di stare al mondo. A una certa età la forza di gravità si fa sentire di più, tutto tende ad andare verso terra. La sua presenza mi aiuta a tenere la schiena dritta».

La leggenda narra che quando Moretti le chiese di rinunciare alla televisione, lei rifiutò. Come si difende dalle aspettative dei registi?

«Non è andata proprio così. Credo che se hai buone basi e fai questo mestiere perché dietro c’è un pensiero, la carriera diventa un percorso. Non hai nemmeno tanto bisogno di dire no. Quelli importanti li ho detti alla fine degli anni Ottanta, quando ero entrato nella televisione commerciale. Antonio Ricci mi ha chiamato più volte per Striscia la Notizia, ma quel tipo di prodotto non era qualcosa in cui avrei potuto brillare: avrei lavorato con il freno a mano tirato, per la paura di trovarmi in qualcosa in cui non mi riconoscevo. Non è che certe cose non voglia farle: è che non le so fare».

Tra gli incontri fondamentali della sua carriera c’è Gabriele Salvatores. Cosa ha rappresentato per lei?

«Mi ha permesso di uscire da Napoli, di tagliare i cordoni con un mondo teatrale che si era un po’ avvitato su se stesso. A Milano ho trovato persone che facevano le cose che facevo io. Gabriele mi ha accolto magnificamente: è diventato subito un amico, un complice».

Qualche anno fa ha parlato della possibilità di lasciare il cinema. Ci credeva davvero?

«Ho detto questo? Se l’ho detto, forse era perché il cinema aveva smesso con me, non io con il cinema. Forse ero un po’ risentito».

Ha mai pensato sul serio di smettere?

«Ieri. Tutti i giorni. Sono mestieri usuranti, scritti sull’acqua. Non hai nulla su cui appoggiarti per sempre: devi continuamente riposizionarti, ricominciare, inventare. E io cerco sempre di sfuggire a quello che gli altri si aspettano da me, aggiungendo fatica alla fatica. Potrei godermi di più la vita, ma non saprei che altro fare. Poi emerge il piccolo borghese: temo di finire con la testa in un cassonetto, di non avere risorse sufficienti per campare di rendita. E allora continuo».

Lei ha spesso interpretato uomini che difendevano i propri ideali. Che cosa vede oggi intorno a sé?

«Ho la sensazione che ideali e valori siano stati svuotati di senso, che siano diventati litanie ripetute per riflesso condizionato. Sembra che nessuno ci creda più davvero: ognuno recita una parte in commedia. Anche noi restiamo aggrappati a posizioni che ci facevano stare bene da giovani, quasi per un obbligo morale. Ma che tutto questo serva e porti a qualcosa, non riesco più a esserne certo».

Qual è oggi il suo sogno più grande?

«Essere più sereno. Avere il coraggio di godermi di più la vita».

Le rimane qualche rimpianto?

«No. Se avessi fatto altre scelte non sarei stato più io. Fai le scelte che puoi, per come sei fatto e per quello che ti capita. Spesso la vita sceglie per te. Io sono fatalista, faccio fatica a decidere anche il gusto di un gelato: ci metto ore. È la paura di sbagliare. E la paura finisce per renderti più schiavo, meno libero».