Quella bambina che cantava nascosta dietro una porta è diventata la voce dei Matia Bazar, ha vinto Sanremo e attraversato piazze, teatri e televisioni. Ma la paura del giudizio non l’ha mai abbandonata. Silvia Mezzanotte racconta i rifiuti, il confronto con Antonella Ruggiero, la depressione dopo la morte di Giancarlo Golzi, la scelta di non avere figli e quel giudice severissimo dal quale non riesce a liberarsi: se stessa.
Da bambina cantava chiusa nella sua camera, mentre i suoi genitori dovevano ascoltarla dall’altra parte della porta. Quella bambina timida è finalmente uscita oppure continua a nascondersi dietro la donna che sale sul palco?
«La bambina e la donna hanno trovato il modo di convivere. La timidezza, l’insicurezza, la paura del giudizio non si vincono mai completamente: si impara a gestirle. Poco prima di uno spettacolo mi prende ancora la tentazione di scappare. I miei tecnici mi chiedono: “Allora, stasera saliamo oppure no?». Se ci fosse una macchina ad aspettarmi, qualche volta vorrei davvero andarmene. Poi salgo. Quella paura mi ricorda il rispetto che devo al palcoscenico, al pubblico e al mio lavoro».
Nel 1990 arrivò a Sanremo giovanissima, quasi come Alice nel Paese delle Meraviglie. L’anno successivo, però, quella luce si spense e dovette ricominciare. Fa più paura non conoscere ancora il successo o averlo assaggiato e sentirsi dimenticati?
«Sono due paure diverse. Quell’esperienza negativa, però, diventò la mia preparazione. Quando arrivai al primo Festival ero davvero Alice nel Paese delle Meraviglie: non conoscevo le regole, ma capii che quello era il lavoro che volevo fare. Quando ricominciai, lo feci con una consapevolezza diversa: volevo tornare là ed essere pronta. Perché il primo talento di un artista non è la voce, ma la testa. Come per un atleta, se la testa non riesce a guidare ciò che accade, il talento va sprecato. Negli anni successivi ho costruito volontà e tenacia attraverso la gavetta, una possibilità che oggi ai giovani viene quasi negata. Vengono portati sul palco a diciassette o diciotto anni e devono essere già pronti. Io ho avuto il privilegio di cadere e rialzarmi senza che tutti stessero a guardare».
A fine anni ’90 seppe che i Matia Bazar stavano cercando una nuova cantante.
«Dentro di me avevo la consapevolezza di poter essere la persona giusta. Ero ancora timida e spaventata, ma a un certo punto mi sono buttata. Cercai un contatto con Giancarlo Golzi, che venne ad ascoltarmi».
Prima, però, dovette affrontare tre provini.
«Nel primo c’erano Giancarlo e Carlo Marrale. Carlo disse subito: “Silvia è pronta”. Feci poi un secondo provino con Sergio Cossu. A lui non piacqui. Dopo quel rifiuto guidai per quattro ore, da Bordighera a Bologna, piangendo tutte le mie lacrime. Pensavo che la mia grande occasione fosse svanita. Dieci giorni dopo Giancarlo mi telefonò: “Vieni a Milano”. Quel pomeriggio cantai nel locale di Salsomaggiore dove facevo pianobar, poi presi la macchina e raggiunsi lo studio. Interpretai tutte le canzoni dei Matia Bazar che conoscevo e tenni per ultima Cavallo bianco. Alla fine Piero venne da me e disse: “Complimenti, sei parte dei Matia Bazar”».
Entrare nei Matia Bazar significava confrontarsi con l’eredità di Antonella Ruggiero.
«Certo. Io, però, sapevo di avere una vocalità molto diversa dalla sua. Volevo raccogliere quella meravigliosa eredità e tradurla attraverso la mia voce senza tradirla. Ho sempre rispettato Antonella e non ho mai cercato di competere con lei. Questo rassicurò i fan della prima ora e mi permise di conquistare un pubblico più vicino alla mia generazione, che si riconosceva in Brivido caldo e Messaggio d’amore. Con il tempo è diventato naturale ascoltare Vacanze romane con la mia voce, ma allo stesso modo sarebbe stato innaturale immaginare Antonella nei brani scritti per me. È stato un percorso di conquista della credibilità».
Nel 2002 arrivò la vittoria a Sanremo con Messaggio d’amore. Che cosa cambiò?
«Gli impegni si moltiplicarono e compresi quanto il pubblico si fosse affezionato a quella formazione. Messaggio d’amore premiò il percorso del gruppo, ma Brivido caldo resta forse il brano più amato del mio periodo».
Ha mai sentito il peso quotidiano di quella popolarità?
«Mai. Ero protetta da Giancarlo Golzi e Piero Cassano. E poi allora le persone chiedevano una fotografia per conservare il ricordo di un incontro. Oggi, con i social, l’esposizione e la gestione emotiva sarebbero molto più difficili».
Nel 2004 lasciò i Matia Bazar e vi tornò nel 2010. Si può rientrare in una storia che abbiamo abbandonato?
«Rientrai perché nel frattempo ero cambiata. Avevo compiuto un percorso più personale e femminile attraverso il progetto solista e Le mie Regine, lo spettacolo dedicato alle voci che mi hanno costruita. Decisi di conservare quell’esperienza, continuando a crescere come solista e riportando nel gruppo ciò che avevo scoperto. I Matia Bazar avevano un’energia profondamente maschile. Mi definivo il quarto uomo perché, in un’entità collettiva, non c’era spazio per raccontare la mia dimensione più femminile. Quando Piero Cassano e Giancarlo Golzi mi proposero di tornare, ebbi però la sensazione che alcune canzoni fossero state scritte pensando alla mia voce. Fu un riconoscimento reciproco. Ero più matura e pronta a raccontare la mia storia dentro quella del gruppo. Fu un periodo meraviglioso. Poi Giancarlo morì e nulla poté più essere come prima».
Giancarlo Golzi era la persona che per prima aveva creduto in lei. Che cosa accadde allora?
«Accaddero cose psichiche e, di conseguenza, fisiche. Persi l’orizzonte, letteralmente. Per alcuni mesi smisi di cantare. Attraversai un periodo di depressione e mi feci aiutare. Contemporaneamente ebbi un problema fisico: un tendine si era accorciato e per un periodo zoppicai. Mi curai attraverso l’osteopatia e lentamente tornai alla mia corporalità. Il problema era fisico, ma era l’anima a essersi spezzata. Poco alla volta riemersi. Alla fine dell’estate del 2015 avevo già avviato un’accademia di canto, che oggi ha undici sedi. Dovevo incontrare i ragazzi non per cantare, ma per insegnare. Quella responsabilità mi salvò la vita: mi costrinse a ritrovare un orizzonte».
Il canto è stato una cura?
«Sì. L’anno successivo ripresi a cantare. Se non canto con una certa regolarità tendo a soffrire: il canto è la mia vita, ma è anche la mia cura. Con la morte di Giancarlo avevo perduto una persona importante. Il mio ritorno alla musica, però, non poteva più passare attraverso ciò che era rimasto dei Matia Bazar. Con Piero e Fabio non avevo la stessa dimensione umana né lo stesso orizzonte artistico. Scelsi di continuare su un altro piano, ricominciando ancora una volta. Ho portato avanti i miei progetti, continuando a raccontare anche il mondo dei Matia Bazar. Per me è un grande orgoglio cantare quelle canzoni».
Lei rivendica con orgoglio il ruolo dell’interprete. Le canzoni degli altri, però, nelle sue mani diventano quasi capitoli di un’autobiografia.
«Credo che il mio talento sia proprio questo: possedere una capacità interpretativa vocale e umana. Le risorse necessarie all’interpretazione si cercano dentro di sé. La tecnica è fondamentale. La insegno e la applico. Più vado avanti con l’età, più mi rendo conto di quanto sia necessaria, soprattutto per una donna: il corpo e le corde vocali cambiano. Ho cominciato a lavorare su questi aspetti molti anni fa e oggi ne raccolgo i risultati».
Dove finisce l’interpretazione e dove comincia Silvia Mezzanotte?
«Scelgo canzoni degli altri e le traduco facendole diventare mie. Non sento la necessità di sconvolgerle. Ritengo corretto rispettare l’originale, inserendovi la mia voce, l’emotività e il sentimento. Sono una cantante pop e “pop” significa popolare: vuol dire restituire al pubblico una canzone nella quale possa riconoscersi. Non essere una cantautrice non mi fa sentire un’artista minore. In giro esiste talmente tanta brutta musica che preferisco attingere alle belle canzoni già scritte, scegliendole con cura. Vengo da un altro mondo discografico e radiofonico. Non appartengo alla generazione che deve pubblicare una hit ogni due settimane».
In passato ha detto serenamente che non avere avuto figli non le pesa. Non trova inopportuno che a una donna venga ancora chiesto di spiegare la propria maternità o la propria non maternità?
«Assolutamente, perché spesso le donne sono costrette a compiere una scelta difficile. Lo è per qualunque donna e forse ancora di più per una donna di spettacolo, che conduce una vita continuamente in viaggio, faticosa da conciliare con la maternità. A me non è mai capitato di desiderare un figlio a tutti i costi. Forse, se lo avessi desiderato davvero, mi sarei fermata. È una dimensione che non ho mai sentito particolarmente vicina. Amo i bambini, ma questo non mi ha mai fatto pensare che dovessi necessariamente averne uno. Forse non ho incontrato la persona giusta. Poi il tempo è passato e va bene così. Ho due cani e tre gatti. Dico sempre che, nella prossima vita, vorrei rinascere come uno dei miei animali, perché sarei trattata benissimo. In qualche modo sono loro i miei figli».
Dopo Sanremo, i tour internazionali, il teatro e una carriera così lunga, sente ancora di dover dimostrare qualcosa a qualcuno?
«Sì. Quel qualcuno sono io. Non ho fatto pace con questa esigenza perché continuo a essere il mio giudice peggiore. Questo mi rende una grande lavoratrice e anche una rompiscatole. Controllo tutto: dalle locandine alle luci, all’audio, all’abbigliamento, al trucco e agli arrangiamenti. Le persone che lavorano con me sono molto brave, ma pretendo che ogni dettaglio sia curato. Ho un manager, Stefano Mandrini, che mi sopporta e mi supporta. Quando vede una mia telefonata, prima si fa il segno della croce e poi cerca di capire che cosa sia successo. Pretendo moltissimo da me stessa e, inevitabilmente, anche dalle persone che ho accanto».
