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Sanremo, poi il tour nei teatri: Renga annuncia il live a Bari

A cinquantasette anni Francesco Renga torna sul palco che più di ogni altro ha segnato la sua traiettoria artistica. Il Festival di Sanremo non è una comfort zone ma un ring emotivo, e «Il meglio di me» non suona come un’operazione di ritorno, bensì come una presa di posizione. È una canzone che guarda in…
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A cinquantasette anni Francesco Renga torna sul palco che più di ogni altro ha segnato la sua traiettoria artistica. Il Festival di Sanremo non è una comfort zone ma un ring emotivo, e «Il meglio di me» non suona come un’operazione di ritorno, bensì come una presa di posizione. È una canzone che guarda in faccia il tempo, le fragilità, le paure che restano quando il rumore si abbassa. Nessun trucco, nessuna nostalgia forzata: solo una voce che ha attraversato decenni di musica italiana e che oggi sceglie la trasparenza come linguaggio.

Il brano racconta un momento preciso del suo percorso, una resa dei conti interiore che evita la retorica della rinascita a tutti i costi. Renga non chiede assoluzioni, non costruisce miti: canta l’accettazione come atto di maturità. E quando nella serata delle cover salirà sul palco con Giusy Ferreri per «Ragazzo solo, ragazza sola», versione italiana di «Space Oddity», l’omaggio a David Bowie e a Mogol diventerà un gesto di continuità culturale più che di celebrazione: un dialogo tra epoche, non una citazione da museo.

Il tour

Dopo l’abbraccio largo e celebrativo di «Angelo-Venti», Renga cambia prospettiva. «Live Teatri 2026» è una scelta di sottrazione: undici date nei principali teatri italiani, da ottobre a novembre, per riportare le canzoni in una dimensione ravvicinata, quasi confidenziale. Il tour arriverà a Bari il 17 ottobre al Teatro Team, e toccherà le principali città italiane tra cui Milano, Napoli, Roma, Firenze, Torino, Bologna e Padova: non un giro d’onore, ma un percorso pensato per restituire centralità all’ascolto.

Il teatro non perdona e non amplifica artificialmente. Qui la voce diventa racconto, il silenzio parte dello spettacolo, l’imperfezione una possibilità espressiva. I brani storici convivono con quelli nuovi senza gerarchie, come capitoli dello stesso libro riletti con occhi diversi. Renga non si rifugia nel repertorio: lo attraversa, lo mette in discussione, lo rilegge alla luce di ciò che è diventato, scegliendo l’intimità come forma di resistenza al rumore costante dell’industria musicale.

Storia di un sopravvissuto

La storia di Francesco Renga non è quella di una carriera lineare, ma di una continua negoziazione tra esposizione e ritirata. Dagli anni ruvidi con i Timoria al passaggio solista, ha attraversato fasi diverse senza mai cambiare davvero pelle: piuttosto, ha cambiato postura. Prima frontman generazionale, poi voce popolare, infine interprete di un’intimità sempre più esplicita. Le sue canzoni non hanno mai cercato l’effetto slogan, ma una durata emotiva capace di sedimentare nel tempo.

Sanremo, in questo percorso, è stato un termometro più che un obiettivo: vittorie, premi della critica, ritorni, pause. Ogni volta Renga è salito su quel palco con una consapevolezza diversa, come se le canzoni fossero strumenti per misurare il proprio stato emotivo più che per certificare un successo. Nel tempo ha imparato a non inseguire il presente, ma ad attraversarlo, senza farsi schiacciare dall’urgenza della novità. E in un panorama che consuma voci e storie con rapidità industriale, questa ostinazione è il suo gesto più rock.

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