Non è un terreno che Al Bano frequenta per la prima volta. Quando discute di guerra, pace, povertà, non lo fa per posa né per militanza: lo fa da uomo che ha conosciuto la fame, il dolore, la perdita, e che continua a credere — ostinatamente — che la musica possa ancora servire a qualcosa. «Siamo nati per dare», ripete. E dare, oggi, significa anche usare la propria voce per chi non può farlo. È con questo spirito che il cantante sarà tra i protagonisti di «Fratelli tutti – insieme con arte», la serata di solidarietà dedicata ai bambini della Terra Santa in programma domenica 15 febbraio, al Teatro Petruzzelli di Bari.
Al Bano, che significato ha mettere la sua voce al servizio di un’iniziativa così, in un momento tanto drammatico?
«Oltre alla voce ci metto il cuore, come sempre. Perché siamo nati per dare, non solo per avere. E questo è il momento di dare, soprattutto pensando a quello che stanno vivendo da anni, da decenni, forse da secoli, in quella zona del mondo. Con la speranza che le cose cambino. So che è come un goccio d’acqua nell’oceano, ma bisogna farlo. Più siamo, più saremo».
Nel corso della sua carriera ha spesso legato la musica a un’idea di impegno civile e spirituale. Da dove nasce questo bisogno?
«Quando uno nasce povero — e io “lo nacqui” — non dimentica mai cosa vuol dire povertà. E quindi si applica affinché la povertà, in qualche modo, non dico venga spazzata via — perché purtroppo è quasi una regola disumanamente umana — ma almeno si stia vicino ai fratelli che non possono fare di più di quello che già fanno».
Crede davvero che l’arte possa incidere, cambiare qualcosa?
«Quando incide l’arte, incide la cultura, incide la voglia di fare. Tutti incidiamo. E non dobbiamo girarci dall’altra parte, dove c’è bisogno, invece di guardare profondamente là dove la povertà, la miseria, la disgrazia sono sempre sovrastanti».
La Terra Santa è un luogo dal peso simbolico enorme. Che cosa pensa quando guarda a ciò che accade lì?
«È una cosa che osservo: è possibile che nella terra dove ci sono le religioni più importanti del mondo ci sia sempre questo? A volte sembra che a vincere sia il diavolo e non Dio».
Nella sua vita ha attraversato dolori profondi. In che modo quelle ferite hanno cambiato il suo sguardo sulla sofferenza degli altri?
«Ho capito che la vita è fatta di luce e di buio. Se guarda alle 24 ore di una giornata, capisce cos’è la vita. È questo: luce e buio. Quella è la vita».
Viviamo in un tempo di contrapposizioni feroci. Crede che esista ancora una parola capace di unire?
«La parola c’è. Sono i fatti che mancano. Servono più fatti e meno parole».
Si parla spesso del suo rapporto con Putin.
«Tutti mi dicono “amico Putin”, ma non siamo amici. L’ho conosciuto, ci siamo incontrati cinque volte. Ma da questo a definirlo amico ce ne passa. È un’esagerazione che non è giusto prevalga sulla realtà».
Ha avuto notizie sul concerto per la pace di cui si era parlato?
«Proprio stamattina mi è arrivata una notizia: il periodo sarà settembre 2026. In Piazza Rossa, insieme all’Armata Rossa. A Mosca».
Siamo in periodo Sanremo. Ha riprovato quest’anno?
«No. Per quest’anno ho detto basta, perché non ci sono i presupposti. Non ci ho neanche provato. Io voglio essere invitato: alla mia età mi devono invitare, non devo propormi. E non voglio fare l’ospite d’onore».
In gara o niente?
«Certo. Per me Sanremo vuol dire solo una cosa: gara. Il resto è contorno. Ho la “sanremite acuta”, da ragazzino seguivo il Festival perché era una specie di Natale pagano: arrivavano le nuove canzoni e le cantavo per tutto l’anno, per decenni. Ce l’ho nel sangue quella manifestazione».
Sta lavorando a qualcosa di nuovo?
«Per ora no. Mi sto dedicando alla dimensione del live. E devo dirle una cosa che mi fa anche male dire: da quando è sparito il long playing, da quando è sparito il cd, mi sembra che non ci sia più una vera storia per la musica. È come togliere il libro a uno scrittore».
Le nuove piattaforme non la convincono?
«Non fanno parte della mia cultura. E questo mi dispiace. Oggi fai un disco e cosa ti rimane? Niente. È morta un’epoca. E io partecipo al suo funerale».










