Per Dario Salvatori, storico critico musicale, il Festival di quest’anno ha il sapore di un’involuzione. «Conti ci è arrivato moscio», dice senza mezzi termini. Lontano dai tempi in cui i conduttori accettavano il confronto e i suggerimenti, Salvatori lamenta un Sanremo privo di quella tensione creativa che ne ha fatto un appuntamento simbolo del Paese.
Tra vecchie glorie e nuovi nomi che faticano a brillare, la sua diagnosi è impietosa: «Il mainstream di quest’edizione non c’è. E la musica sembra aver perso la sua direzione».
Salvatori, quest’anno sembra essere il Festival dell’eterna nostalgia. Che ne pensa?
«Lo è. Conti ci è arrivato moscio. Prima c’erano figure come Baudo, Bonolis, Fazio: accettavano suggerimenti, c’era un confronto. Qui fanno tutto da soli. Anche Amadeus faceva tutto da solo. E poi i risultati si vedono».
Che pensa dei 30 Big?
«Ci sono perfetti sconosciuti affiancati a vecchie glorie. Ma bisogna capire cosa sono oggi. Raf, per esempio, è stato un grande nome della dance, ma oggi non si capisce più cosa rappresenti. La canzone gliel’ha scritta il figlio. La vera domanda è: qual è il mainstream di quest’edizione? Manca una canzone forte. Conti ha provato a mettere dentro un po’ di tutto: rap, melodico moderno, coreografie, ma alla fine non sempre funziona. Non basta fare un collage di generi diversi. E poi c’è chi pensa che J-Ax con un cappello in testa faccia country. Per carità… a me è sembrata solo una buffonata».
La Brancale è data tra le favorite.
«A me non piace chi strumentalizza i dolori privati. Che le muore la madre e si costruisca tutto attorno a questo. La preferivo l’anno scorso».
L’ospitata di Alicia Keys?
«Una grande professionista. Ha fatto cose meravigliose. Ha cantato in italiano, ha coinvolto Conti su New York. Però non funzionavano i microfoni. A un’artista di quel livello? E poi via a dire: “andiamo in pubblicità”. Ma come è possibile? Una figuraccia».
La coppia Fedez e Masini?
«Noiosi. Perché fanno quelli della gavetta, del bullismo, del “ci hanno trattato male”. Non mi piacciono».
Ermal Meta?
«Con Moro aveva fatto un pezzo molto buono, forte. Aveva vinto alla grande. Stavolta la guerra non funziona allo stesso modo. Il tema è serio, ma non basta. Mi sembra che abbia perso qualcosa di sé. Prima aveva il sorriso, una cifra emotiva che piaceva, soprattutto a un certo pubblico femminile. Qui appare più rigido, meno naturale. Ha voluto rischiare ma è stato un azzardo. Secondo me non entra nei primi cinque».
Tommaso Paradiso sta piacendo.
«Lo vedo lontano dal Festival. Cantare con gli occhi chiusi lo capisco in uno come Sal Da Vinci, che ha quella visceralità lì. Ma lui è un altro tipo, è uno tranquillo. Il suo brano non mi dice molto».
Tra i giovani, chi l’ha colpita?
«Fulminacci può arrivare in alto. Mi è piaciuto, è cresciuto e si è messo in riga».
Le polemiche sulle poche donne in gara?
«Stupidaggini. Si scelgono le canzoni, non il genere di chi le canta».
Gli ascolti sono in calo quest’anno.
«Quando parti così, poi è difficile invertire la rotta. Forse è il momento di cambiare qualcosa. Si dice che l’anno prossimo ci sarà De Martino in conduzione, ma non sa niente di musica. Piace alle signore perché ha i muscoli, ma questo non basta».
Chi vincerà Sanremo?
«Io tifo per Ditonellapiaga. Ha un suo percorso coerente, un brano che funziona. Musicalmente propone una tecno anni Ottanta, quasi Kraftwerk».