«Non è possibile avere contatti solo con gli amici». L’Ue si accinge a prepararsi ad una delle mosse più delicate nella sua politica estera degli ultimi anni: sedersi al tavolo con Vladimir Putin. L’idea di partecipare al negoziato con la Russia, nei palazzi delle istituzioni comunitarie, non solo non è più un tabù ma potrebbe diventare uno dei dossier più caldi della primavera-estate. E l’apertura del Financial Times, secondo cui l’Ue starebbe valutando Mario Draghi o Angela Merkel come mediatori, al di là di rilanciare nomi che da un po’ si rincorrono nei rumors brussellesi, ha certificato un dato: i vertici comunitari si stanno muovendo per delineare i confini di un negoziato ancora che resta comunque fermo nel campo delle ipotesi.
Fonti ben informate hanno spiegato come il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa abbia cominciato a sondare i leader a riguardo. Alla fine della settimana prossima il Consiglio Affari Esteri informale che si riunirà a Cipro dovrebbe produrre un «documento strategico» per riassumere alcuni punti di confronto. Poi, al summit dei 27 di giugno, il dibattito potrebbe entrare davvero nel vivo. Ci sono però dei paletti che sia Costa che la presidente Ursula von der Leyen stanno posizionando. Innanzitutto occorre capire quando entrare in campo. L’Ucraina, da quando Bruxelles ha detto sì al prestito da 90 miliardi, sta spingendo con determinazione perché l’Ue si segga al tavolo.
Al di là degli annunci del Cremlino di una prossima visita a Mosca dei due dioscuri di Donald Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, Volodymyr Zelensky sta cominciando a temere che la mediazione Usa non porti a nulla. L’Ue, inizialmente, aveva ipotizzato di partecipare ai negoziati solo in una seconda fase, ma potrebbe essere necessario anticipare i tempi. C’è poi da delineare l’eventuale percorso negoziale. L’Ue manderà avanti prima un team tecnico e poi farà sedere al tavolo il negoziatore? E chi rappresenterà il mediatore?
Sul fronte ucraino, c’è da ricordare che si è mossa una Unione allargata, con Paesi come il Regno Unito che non a caso sono parte della coalizione dei Volenterosi. Infine, il team negoziale. A Bruxelles sono convinti che il mediatore debba essere uno, e non una squadra, che potrebbe facilmente spaccarsi di fronte alle provocazioni di Putin. Il punto è trovare quel profilo sul quale tutte e 27 abbiano fiducia. Il nome di Merkel non è nuovo ma da alcuni – da Kiev, ad esempio – l’ex cancelliera è sempre stata considerata un po’ troppo dialogante con Mosca. E lei stessa ha detto che forse sarebbe più adeguato un premier in carica.
Draghi, rispetto a Merkel, ha innanzitutto un vantaggio: non appartenere a un gruppo politico. Il suo lavoro per l’Europa, lo scorso 14 maggio, è stato omaggiato con il Premio Carlo Magno. Ma ha riguardato campi diversi da quelli di un negoziato di pace. L’ex presidente Sauli Niniisto e l’attuale capo dello Stato finlandese Alexander Stubb sono gli altri due profili che circolano nei corridoi delle istituzioni Ue. Poi ci sarebbe la soluzione apparentemente più semplice: farsi rappresentare da Costa, magari affiancato da von der Leyen. L’ex premier portoghese, fedele al suo ruolo di primus inter pares, per ora non si è sbilanciato.
Suggestioni, per ora. «Più importante di chi, è cosa vogliamo chiedere alla Russia», ha spiegato un portavoce della Commissione. Di certo, ai vertici Ue, non sono sfuggiti i recenti segnali su una Russia più fiaccata dalla guerra, su un Putin sempre più preoccupato sulla sua sicurezza. Segnali di svolte imminenti, però non se ne vedono. E l’allarme droni che nella mattinata ha gettato la Lituania nel caos, portando a correre nei rifugi anche i vertici politici di Vilnius, ha innescato l’immediata e fermissima reazione europea. «Le minacce ai Baltici sono all’Unione intera. Risponderemo con unità e forza», ha avvertito von der Leyen.
