Il diritto al voto dei fuorisede finisce su un binario morto. La bocciatura degli emendamenti per consentire a milioni di fuorisede di esprimersi nel referendum sulla Giustizia ha scatenato l’ennesimo terremoto politico.
La «ghigliottina» tecnica
La sottosegretaria all’Interno, Wanda Ferro, blinda la scelta. Respinto le accuse di ostruzionismo politico parlando di una «scelta esclusivamente tecnica». Secondo il governo, i tempi sarebbero troppo compressi: una norma approvata a fine febbraio lascerebbe appena venti giorni ai Comuni per gestire le liste e le verifiche incrociate. Una tesi supportata anche da Paolo Emilio Russo (Forza Italia), il quale sottolinea come, nonostante le sperimentazioni riuscite delle Europee 2024 e dei referendum 2025, manchi ancora un impianto normativo solido e sicuro per rendere il sistema strutturale.
Un fronte contro l’esclusione
Le opposizioni, per una volta compatte, non accettano la versione del «problema di calendario». Elly Schlein ha definito l’atto un «furto di democrazia», ricordando che il sistema è già stato testato con successo e che la scheda unica referendaria semplifica enormemente le procedure. Sulla stessa linea Nicola Fratoianni (Avs) e Riccardo Magi (+Europa), che vedono nel provvedimento una mossa per abbassare l’affluenza. Anche dal centro, Davide Faraone (Italia Viva) bolla come inaccettabile il ritorno al passato, sottolineando come la tecnologia e i precedenti amministrativi rendano la scusa dei tempi tecnici del tutto infondata.
Lo spettro dell’astensionismo
Il dato più allarmante riguarda la platea coinvolta: circa 5,5 milioni di italiani vivono stabilmente lontano dal proprio comune di residenza. Per molti di loro il costo del viaggio può rappresentare una barriera insormontabile. Giovanni Bachelet e i comitati civici denunciano una violazione dell’articolo 3 della Costituzione, che impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli economici alla partecipazione. Il sospetto dei sostenitori del «No» è che il governo, intimorito da sondaggi incerti, stia cercando di «potare» il corpo elettorale più giovane e dinamico, storicamente più propenso alla partecipazione critica.
La battaglia si sposta in Aula
La partita non è chiusa. I comitati «Voto dove vivo» e «Giusto dire No» hanno lanciato un appello bipartisan a deputati e senatori per un intervento d’urgenza. Enrico Grosso ha invitato tutti i comitati, del sì e del no, a scrivere una lettera congiunta al Parlamento: la partecipazione, dicono, non ha colore politico. Se la maggioranza non farà retromarcia durante la discussione in Aula, il referendum rischia di passare alla storia non solo per il suo contenuto, ma per la clamorosa esclusione di una fetta enorme di cittadinanza attiva.









