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Resistere al rumore, Cammariere: «Gioco alla musica per non perdere quello che sono» – L’INTERVISTA

Prima di entrare in scena, Sergio Cammariere si ferma. Solo cinque minuti. Non è un gesto teatrale, né concentrazione tecnica: è una preghiera. Un modo per raccogliersi, per «collegarsi con l’architetto dell’universo», come lo chiama lui. Poi arrivano gli applausi, le luci si accendono e tutto cambia. Stasera il musicista è in scena al Teatro…
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Prima di entrare in scena, Sergio Cammariere si ferma. Solo cinque minuti. Non è un gesto teatrale, né concentrazione tecnica: è una preghiera. Un modo per raccogliersi, per «collegarsi con l’architetto dell’universo», come lo chiama lui. Poi arrivano gli applausi, le luci si accendono e tutto cambia.

Stasera il musicista è in scena al Teatro Politeama Greco di Lecce, poi il 21 aprile torna a Torino, al Teatro Alfieri: una città che per lui non è solo una tappa ma un punto di origine: qui, quando era ancora sconosciuto, qualcuno lo chiamò a suonare per la prima volta. Da allora, la sua musica non ha mai smesso di muoversi, restando però fedele a un principio semplice: suonare, ogni volta, come se fosse la prima.

Cammariere, partiamo dalla tappa torinese. Che rapporto ha con la città?

«Bello, direi idillico. Devo molto a Torino: nel 1998 Franco Lucà del FolkClub mi invitò a suonare quando ero ancora sconosciuto. L’avevo incontrato al Premio Tenco l’anno prima. Poi sono tornato molte volte, in luoghi diversi, ma mancavo da più di dieci anni. Ricordo anche un altro concerto, organizzato nel cortile del Teatro Regio, credo fosse il 2000: suonai prima di Wayne Shorter. Sono quelle cose stupende che succedono in una grande città di cultura».

Come cambia questo concerto rispetto ai suoi ultimi live?

«Suonerò alcuni brani del mio ultimo album (La pioggia che non cade mai, ndr) insieme a quelli storici, ma la vera novità è il sestetto che mi accompagna. Ci sono Daniele Tittarelli al sax soprano, Roberto Gervasi alla fisarmonica, Giovanna Famulari al violoncello, Luca Bulgarelli al contrabbasso e Michele Santoleri alla batteria. La combinazione di questi strumenti ci permette di esplorare sfumature diverse, tra jazz, bossa e altre sonorità, anche nei pezzi più conosciuti».

Lei ha sempre continuato a sperimentare, anche oltre il lavoro in studio. È questo il suo modo di vivere la musica?

«Per me la musica è un lavoro quotidiano. Sto al pianoforte, ascolto i miei maestri, sperimento continuamente. Anche il cinema mi ha dato molto: lavorando con Pupi Avati ho potuto esprimere un lato diverso, e in un altro film, Revival, ho lavorato su una musica più vicina alla classica contemporanea. Ora sto mettendo a fuoco il mio terzo album di solo piano. E infine c’è Roberto Kunstler: sono più di trent’anni che costruiamo insieme questa architettura. Per me questo è un gioco serio, un continuo giocare alla musica».

«Giocare alla musica» è un’immagine molto bella.

«È il mio modo di non perdere chi sono. I nostri concerti sono completamente acustici, tutto nasce in quell’attimo. Non c’è elettronica, non c’è niente di predefinito. Il pianoforte è al centro e io improvviso: il concerto inizia sempre così, con qualcosa che non è scritto. Anche le canzoni cambiano ogni volta. Non sono mai identiche a come erano sul disco o al concerto precedente. Forse è questo che crea quel filo invisibile con il pubblico: ogni sera succede qualcosa di diverso».

Che riscontro ha avuto portando i nuovi brani dal vivo?

«Il concerto è un viaggio emotivo, sia per me che per chi ascolta. Questo lavoro è più maturo, più consapevole: spesso la musica è nata prima delle parole. C’è una ricerca di sintesi, di immediatezza, ma quello che conta davvero è l’insieme, l’esperienza del concerto».

Prima di salire sul palco ha un rito?

«Prego. Quei cinque minuti prima cerco di raccogliermi e di collegarmi a qualcosa di più grande. Poi entro in scena e tutto cambia».

Che ruolo ha la fede nella sua vita?

«È legata alla ricerca dell’interiorità. Io ho lasciato il certo per l’incerto, a diciott’anni, per fare il musicista. È stato un taglio netto con la mia terra. La fede mi ha aiutato, ma per me musica e fede coincidono: se fai musica con sincerità e umiltà arrivi al cuore della gente. Altrimenti restano solo mode».

Viviamo immersi nelle mode musicali, ma anche nel rumore. Lei invece difende molto il silenzio.

«Oggi viviamo in un inquinamento acustico permanente. Non posso andare al mare senza essere violentato dalla musica di sottofondo. Anche nei ristoranti la stessa cosa. È insopportabile. E pensare che c’è stata un’elettronica sapiente, meravigliosa. Brian Eno, per esempio, negli anni Settanta ha scritto dischi bellissimi come Music for Airports: lì c’era una saggezza che oggi sembra dimenticata».

Le sue canzoni parlano spesso d’amore, ma lei è molto riservato. Che rapporto ha oggi con l’amore?

«In realtà non è troppo vero che della mia vita privata non si sappia nulla. Mi piace giocare sui social, faccio storie su Instagram, su TikTok, racconto piccoli frammenti: il mio gatto, il giardino, la vita quotidiana. Passo le mie giornate insieme alla musica. Poi certo, c’è anche l’amore: ho la mia fidanzata, e dopo questa intervista andrò da lei. Lo vivo con tranquillità, con serenità. Vivo un ottimo rapporto, senza bisogno di farne un romanzo».

Qualche settimana fa se n’è andato il suo amico Gino Paoli. Che ricordo ha di lui?

«Fumava due pacchetti di Marlboro al giorno, durante i concerti si beveva mezza bottiglia di whisky, eppure andava avanti con una forza pazzesca. Io gli chiedevo spesso di Luigi Tenco, e anche Bruno Lauzi me ne parlava: mi raccontavano quel gruppo, quell’amicizia, quella sana follia di un’epoca. Di Paoli però mi resta soprattutto il lato umano. Era una persona molto generosa. Tanti anni fa il promoter Ruggero Pegna ebbe una leucemia fulminante, e fu proprio Gino a metterlo in contatto con grandi medici di Genova, aiutandolo a trovare una strada».

E poi restano le opere.

«Senza fine, per esempio, è una canzone senza tempo, geniale nello sviluppo armonico e melodico. C’è un suo disco che ho amato molto, del 1975: I semafori rossi non sono Dio. È un album meraviglioso, con canzoni di Juan Manuel Serrat. Dentro c’è anche Il manichino, che canto dal vivo e che ho inciso nel disco di Alessandro D’Alessandro: è il mio omaggio a Gino».

Qual è l’immagine più viva che conserva di lui?

«Ce ne sono tante. Mi colpiva la sua curiosità: mi raccontava, per esempio, che era anche grafico, e aveva fatto la copertina del primo disco di Endrigo. Poi ci siamo ritrovati in molte occasioni. Prima del disco insieme nel 2016, ricordo il Premio Tenco del 2001: eravamo sul palco con Enzo Jannacci e Sergio Endrigo. Cantammo tutti Fare festa, una canzone di Endrigo che pochi conoscono, piena di ironia».

Pensa di ricordarlo con un omaggio dal vivo in questo tour?

«Può darsi. Magari mi scatterà all’improvviso Sassi, perché no? Con certe canzoni accade così».

Ha nominato il Premio Tenco. Quanto è stato importante per lei?

«Fondamentale. Mi ha permesso di credere davvero nel mio percorso. Quando arrivai lì, ero un ragazzo tra giganti come De André, Conte, Guccini. Eppure mi diedero fiducia. Il Tenco è ancora oggi un luogo di verità. Attraverso figure come Amilcare Rambaldi, Sergio Sacchi ed Enrico De Angelis, fino a oggi con Stefano Senardi, ha continuato a difendere un’idea alta di canzone d’autore, non solo italiana ma internazionale. Oggi lo preferisco a Sanremo».

Oggi, in tempi di guerra e tensione, come si difende dal rumore del mondo?

«Attraverso la musica. Gli artisti servono anche a questo: a dare coscienza, a raccontare il tempo che viviamo. Le mie canzoni, in fondo, nascono anche da qui».

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