Raggiunto il quorum di 500mila firme per la richiesta di referendum popolare contro la riforma costituzionale della giustizia promossa dal governo Meloni e dal ministro Nordio. La raccolta, avviata il 22 dicembre scorso da un comitato di cittadini, continuerà fino al 27 gennaio per rafforzare politicamente il fronte del No e consentire il deposito formale in Cassazione entro il 30 gennaio.
Parallelamente è in corso un ricorso al Tar del Lazio contro la decisione del governo di fissare il voto il 22 e 23 marzo, ritenuta dai promotori una forzatura dei tempi. Il Tar deciderà il 27 gennaio. Da ieri 14 gennaio è ufficialmente iniziata la campagna referendaria con l’entrata in vigore della par condicio, che impone la parità di accesso ai media e regole stringenti per radio e tv.
Il raggiungimento delle firme e le reazioni contrapposte
Le opposizioni e le numerose forze della società civile parlano di risultato “straordinario” e di forte segnale democratico contro una riforma giudicata dannosa per l’equilibrio dei poteri, l’autonomia della magistratura e il contrasto a mafia e corruzione. M5S, Pd, Avs, Rifondazione e vari comitati sottolineano la rapidità della mobilitazione, avvenuta senza grandi mezzi nonostante le festività.
Il governo e i sostenitori del Sì minimizzano l’impatto politico della raccolte firme. Il ministro Nordio si dice fiducioso nella vittoria del Sì e definisce i ricorsi «inutili», mentre il vicepremier Tajani accusa il fronte del No di «diffondere menzogne». Il comitato favorevole alla riforma ha lanciato lo slogan “Questa volta il giudice sei tu”, rivendicando la riforma come interesse dei cittadini e non dei magistrati.