Crolla la produzione del petrolio sulla scia della guerra in Medio Oriente, scatenata da Usa e Israele contro l’Iran. E la situazione sembra destinata a peggiorare dopo che il nuovo leader della Repubblica Islamica, l’ayatollah Mojtaba Khamenei, ha ordinato di mantenere chiuso lo strategico Stretto di Hormuz, da dove transita un quinto del greggio e del gas naturale liquefatto a livello mondiale. Il prezzo ne risente subito e il barile torna a salire e tocca i 100 dollari.
La guerra sta causando la «più grande interruzione dell’approvvigionamento nella storia del mercato petrolifero globale», costringendo i produttori di petrolio del Golfo a tagliare la produzione, riferisce l’Agenzia internazionale per l’energia. Nel suo ultimo report mensile, l’Aie fa presente che la produzione di greggio è attualmente in calo di almeno 8 milioni di barili al giorno, con ulteriori 2 milioni di barili al giorno bloccati relativi ai prodotti petroliferi, inclusi i condensati, un volume pari a quasi il 10% della domanda mondiale. E «senza una rapida ripresa dei flussi di spedizione» attraverso lo stretto di Hormuz «le perdite» di petrolio «aumenteranno», avverte l’Aie.
Per far fronte a questa emergenza petrolifera, il ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica (Mase) ha fatto sapere che l’Italia rilascerà 9 milioni e 966 mila barili delle sue riserve petrolifere, corrispondenti a circa il 2,5% del totale dei barili messi a disposizione complessivamente dai Paesi Iea. In termini di prodotti effettivamente rilasciati, si tratta di circa 1 milione e 605 mila tonnellate di petrolio equivalente (tep). Ad oggi, le scorte petrolifere di sicurezza dell’Italia ammontano a 11.903.843 tep, pari a 90 giorni di importazioni nette di prodotti petroliferi, in linea con gli obblighi previsti dalla normativa Ue, spiega il ministero.
A livello globale il paese più dipendente dai paesi del Golfo per il suo import petrolifero è la Cina con circa il 50%, una dipendenza che condivide con altri paesi asiatici come il Giappone, la Corea del Sud e l’India. In questo nuovo scenario a guadagnarci sembra sia in particolare la Russia, che «sta incassando fino a 150 milioni di dollari al giorno di entrate aggiuntive grazie alle vendite di petrolio», scrive il Financial Times.