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Dopo le polemiche al Libro possibile, Nevo: «Israele, credo nella pace ma serve una nuova leadership» – L’INTERVISTA

Lo scrittore torna sulle polemiche per la sua partecipazione alla manifestazione che si è svolta in Puglia: è stato ospite a Vieste

Dopo le polemiche al Libro possibile, Nevo: «Israele, credo nella pace ma serve una nuova leadership» – L’INTERVISTA

Eshkol Nevo torna a Nostalgia, il romanzo nato da una storia d’amore e diventato, quasi contro le intenzioni iniziali dell’autore, un racconto corale su Israele, sulle case che abitiamo e su quelle che perdiamo. A distanza di anni, però, alcune convinzioni sono cambiate.

A 55 anni Nevo – lo scorso luglio ospite del Libro Possibile – racconta di aver scoperto che amore e libertà non sono necessariamente opposti. E che anche nella stagione più dolorosa della storia recente di Israele continua a cercare una ragione per sperare.

Nevo, lei racconta che Nostalgia è nato dopo essere stato lasciato dalla sua ragazza. Quanto c’è di Amir in lei, e quanto invece ha dovuto tradirsi per trasformare una ferita privata in un romanzo corale?

«Quando ho cominciato a scrivere Nostalgia, Amir ero decisamente io. Era uno studente di psicologia, aveva una relazione sentimentale, cominciava a vivere con la sua ragazza: eravamo all’inizio della vita. Poi, però, ho sentito il bisogno di liberarmi dei ricordi e della realtà. In un senso molto profondo sono uno scrittore di finzione: non voglio scrivere ciò che è accaduto, voglio scrivere ciò che avrebbe potuto accadere. Così ho cominciato ad allontanare Amir da me. Prima fisicamente: l’ho fatto più alto. Poi l’ho reso tifoso di una squadra rivale rispetto alla mia. Lui tifa Hapoel, io Maccabi: un po’ come Inter e Milan. Poco alla volta è diventato un personaggio, ha smesso di essere me ed è diventato Amir. A quel punto potevo fare di lui quello che volevo, raccontare cose che non erano mai accadute quando vivevo davvero vicino a Gerusalemme con la mia ragazza. Poi ho cominciato ad allontanare anche Noa dalla mia vera fidanzata. Noa è un’artista, studia fotografia; la mia ragazza, invece, studiava geografia e pianificazione urbana. Nel momento in cui ho trasformato Noa in un’artista, è cambiato tutto: il suo modo di pensare, di agire, di reagire, e naturalmente anche la relazione. Alla fine Amir e Noa sono personaggi. Sento un legame molto profondo con entrambi, forse in qualche modo sono entrambi parte di me, ma sono soprattutto questo strano prodotto dell’immaginazione: una combinazione di fantasia, ricordi e sogni».

Amir e Noa si amano, ma rischiano di soffocare proprio perché si somigliano troppo. È questo il lato più pericoloso dell’amore: essere capiti così profondamente da non avere più un luogo in cui nascondersi?

«È una bella domanda. E credo che sia una di quelle cose che cambiano nel corso della vita. Quando avevo venti o trent’anni pensavo che, per essere la persona che volevo essere, per diventare uno scrittore e l’adulto che desideravo diventare, avessi bisogno anche di essere, in qualche modo, solo e indipendente. Forse persino di non essere compreso fino in fondo. Sentivo la necessità di conservare uno spazio mio, dentro una relazione oppure al di fuori di essa. Oggi la penso diversamente. Ho 55 anni e non vedo più una contraddizione fra una comprensione molto profonda, una connessione molto forte con la persona che ami, e la libertà. Un tempo, per me, amore e libertà erano concetti contraddittori. Adesso sento che si può trovare la libertà dentro l’amore».

Nel romanzo tutti cercano una casa: chi vuole abitarla, chi vuole fuggirla, chi desidera tornarci dopo essere stato cacciato. In Israele la parola «casa» può ancora indicare un rifugio, oppure è diventata inevitabilmente una parola politica?

«Posso parlare per me. Ero in Italia, quando è cominciata la guerra. I miei amici israeliani mi dicevano di non tornare, mi chiedevano di rimanere in Italia. Io invece volevo tornare. Ho fatto tutto quello che potevo per trovare un biglietto. Volevo essere con mia figlia, con la mia famiglia, con i miei amici, con i miei studenti. Volevo essere lì, con loro».

Noa riesce finalmente a creare soltanto quando si allontana dall’uomo che ama, ma il suo lavoro le sembra incompleto finché Amir non lo vede. Per un artista, l’amore è più spesso un ostacolo o il primo sguardo di cui non si può fare a meno?

«Due anni fa mi sono innamorato profondamente e probabilmente sto vivendo la più grande storia d’amore della mia vita. E proprio in questi due anni sono stato estremamente creativo. Ho scritto tre libri: due per adulti e uno per bambini. Uno dei due libri per adulti è un testo di non-fiction sulla scrittura; l’altro è un romanzo, pubblicato in Israele e arrivato al primo posto nella classifica dei bestseller. Il terzo è un libro per bambini sulla negoziazione, sulla possibilità di una negoziazione empatica e tollerante. Tutto questo è nato durante una storia d’amore che per me ha aperto gli occhi e che, a volte, definirei persino spirituale. Quando avevo vent’anni pensavo che ci fosse una contraddizione fra essere innamorati, avere una relazione ed essere creativi, essere artisti. Oggi penso esattamente il contrario. Se è una buona forma d’amore, arricchisce la tua vita. E arricchisce anche la tua scrittura».

A distanza di anni, i conflitti raccontati in Nostalgia non sembrano affatto superati. Riesce ancora a credere nella possibilità della pace?

«Sì, sento speranza. Presto avremo le elezioni in Israele e credo che potremo cambiare il governo, cambiare la leadership. Con una nuova leadership potremmo almeno provare a muoverci verso una soluzione del conflitto e, spero, verso la pace. Lo desidero perché non voglio che i miei figli, e un giorno i loro figli, vivano la stessa realtà che abbiamo vissuto noi negli ultimi anni. Per questo sono speranzoso».