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Netanyahu frena sul piano di pace per Gaza: «Con me mai uno Stato palestinese», ma si tratta sulla Linea Gialla

I paletti del premier israeliano sulla roadmap americana e il plauso della destra: la diplomazia Usa minimizza e punta sulla ricostruzione di Rafah

Netanyahu frena sul piano di pace per Gaza: «Con me mai uno Stato palestinese», ma si tratta sulla Linea Gialla

​Per la prima volta dall’annuncio di Donald Trump relativo all’accordo storico su Gaza raggiunto il 31 luglio a due giorni dal vertice bilaterale, il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu rompe il silenzio e prende ufficialmente posizione sul documento ideato dal Board of Peace: «Israele respinge il documento dei 15 punti: le Idf non si ritireranno finché Hamas non sarà disarmato da ogni tipo di arma, pesante e leggera». Il premier ha spazzato via anche le ipotesi sulla creazione di un’entità sovrana a Gaza o in Cisgiordania: «Finché sarò premier non ci sarà né uno Stato palestinese, né “Fatahstan” né “Hamastan”».

La presa di posizione ha incassato l’immediato plauso della frangia oltranzista dell’esecutivo, con il ministro Betzalel Smotrich che ha espresso gratitudine per il chiarimento sul rifiuto di arretrare dalla Striscia prima del dissolvimento di Hamas. Tuttavia, la Casa Bianca ha ridimensionato la portata delle esternazioni: un alto funzionario americano ha riferito ad Axios che Washington non appare preoccupata, considerandole mosse legate a esigenze di politica interna. Secondo quanto rivelato dal Jerusalem Post, infatti, il capo del governo israeliano avrebbe confidato a Jared Kushner la disponibilità a concedere una chance al piano, mentre l’esercito sta gradualmente ripiegando verso la Linea Gialla.

Nel frattempo sul campo emergono segnali di discontinuità rispetto ai proclami politici: la Radio militare segnala che il governo ha autorizzato l’avvio della ricostruzione in un’area pilota di Rafah posizionata sotto il controllo Idf, denominata “Rafah verde” e finanziata in prevalenza dagli Emirati Arabi Uniti. Contestualmente, è stato consentito l’ingresso delle prime truppe marocchine e ugandesi della Forza Internazionale di Stabilizzazione (Isf), con l’allestimento di strutture ricettive e la presenza sul territorio di contingenti Usa. L’emittente Channel 11 aggiunge che lo Shin Bet mira a evacuare nell’area i componenti dei clan locali che hanno collaborato con le forze israeliane contro la milizia armata.

Pur non avendo revocato l’autorizzazione all’ingresso della forza internazionale chiesta dall’ala radicale, Netanyahu intende rassicurare l’elettorato di destra in vista della tornata elettorale del 27 ottobre. Alle critiche avanzate dal rivale Gadi Eizenkot, che ha definito la roadmap un fallimento per non aver azzerato la presenza di Hamas, il premier ha replicato evidenziando le contraddizioni delle opposizioni sulle precedenti strategie operative adottate in Libano e in Iran.