La tregua annunciata da Donald Trump trova conferma a Mosca, ma con una precisazione che ne ridimensiona la portata: fino a domenica 1 febbraio compresa, la Russia sospenderà gli attacchi soltanto su Kiev, mentre nel resto dell’Ucraina i raid proseguiranno.
Una scelta che il Cremlino definisce frutto di una richiesta della Casa Bianca, finalizzata a «creare condizioni favorevoli per i negoziati» con la controparte ucraina. Nelle stesse ore, però, la guerra non si è fermata.
Durante la notte le forze russe hanno lanciato un missile balistico e oltre 110 droni, colpendo soprattutto infrastrutture e obiettivi logistici. «I russi stanno concentrando i loro attacchi sulla logistica», ha denunciato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, sottolineando come la tregua limitata alla capitale rischi di essere più un segnale politico che un reale passo verso la de-escalation.
La provocazione
Il leader ucraino ha risposto alle aperture del Cremlino con una sfida simbolica. «Per me è impossibile incontrare Putin a Mosca. Sarebbe come incontrare Putin a Kiev. Lo inviterò pubblicamente, se oserà, ovviamente», ha dichiarato, ribaltando la logica dell’invito e rimarcando la distanza tra le parti. Zelensky ha inoltre avvertito che i colloqui previsti domenica ad Abu Dhabi potrebbero saltare o cambiare sede a causa delle tensioni tra Stati Uniti e Iran, aggiungendo un ulteriore elemento di incertezza al fragile percorso diplomatico.
Sul piano umanitario, Kiev accusa Mosca di aver sospeso gli scambi di prigionieri. «La Russia non ritiene di trarne alcun vantaggio», ha affermato Zelensky, denunciando una scelta che rischia di aggravare il clima di sfiducia reciproca. Ancora più complessa appare la questione territoriale: secondo il presidente ucraino, non è stato trovato alcun compromesso. Washington avrebbe proposto una «zona franca», ipotesi discussa nei colloqui precedenti, ma su cui si attende ora la risposta ufficiale della Federazione russa.
Dal fronte orientale, in particolare nel Donbass, il Cremlino minimizza il dibattito politico: «Le dinamiche sul campo parlano da sole», ha replicato Mosca, lasciando intendere che l’evoluzione militare resta il principale parametro di valutazione della situazione.
L’ingresso nell’Ue
Intanto l’Unione europea continua ad accusare la Russia di utilizzare l’inverno come arma strategica, mentre l’Occidente osserva con cautela se la cosiddetta «tregua del gelo» verrà effettivamente rispettata. Zelensky ha ribadito che l’ingresso nell’Unione europea rappresenta una questione «esistenziale» per l’Ucraina, indicando il 2027 come orizzonte temporale possibile. Se il rapporto con Bruxelles appare solido, più prudente è l’atteggiamento verso Washington.
Il presidente ucraino ha evocato il cosiddetto «spirito di Anchorage», riferimento all’incontro estivo tra Trump e Putin in Alaska. «Nessuno mi ha detto cosa è stato concordato ad Anchorage, ma abbiamo segnali che siano state discusse questioni chiave», ha affermato, lasciando intendere che le attuali difficoltà negoziali potrebbero derivare da impegni assunti dagli Stati Uniti nei confronti del Cremlino.
In questo scenario, la tregua parziale su Kiev appare come un gesto carico di ambiguità: un segnale diplomatico che convive con la prosecuzione delle operazioni militari, mentre il futuro dei negoziati resta sospeso tra aperture formali, diffidenze reciproche e interessi strategici ancora lontani da una convergenza.










