Al termine del G7 di Evian, Giorgia Meloni affronta a viso aperto il nodo politico più spinoso per il futuro del centrodestra: l’alleanza con Roberto Vannacci e il suo movimento Futuro Nazionale. Di fronte alla prospettiva di una corsa solitaria del generale che rischia di spaccare il fronte sovranista in vista del 2027, la premier adotta una precisa strategia difensiva, ribaltando le responsabilità: «Mi pare che Futuro Nazionale abbia già chiuso», taglia corto, evidenziando come sia stato l’ex alto ufficiale a cercare la rottura.
Il messaggio politico è netto: chi divide la destra fa un favore agli avversari. Meloni ricorda che il movimento di Vannacci ha già votato cinque volte contro la fiducia al suo esecutivo, definendo questa condotta “funzionale alla sinistra” e inconcepibile per chi si dichiara di destra. Nessun timore, però, per la perdita di potenziali percentuali: «La politica non è aritmetica, non pensate che trenta più quattro faccia trentaquattro. Il modo migliore per vincere è governare bene, il resto sono alchimie».
Archiviata la pratica interna, il bilancio del summit passa per i dossier internazionali. Meloni incassa il disgelo con Donald Trump, definendo il rapporto “immutato” e improntato alla difesa dei rispettivi interessi nazionali, e blinda la linea sull’Ucraina. Sul tavolo dei negoziati europei, la premier gela l’ipotesi di Mario Draghi come mediatore continentale per Kiev, suggerendo piuttosto una figura proveniente dalle medie potenze dell’Unione. Confermata, infine, la disponibilità italiana per la missione nello Stretto di Hormuz e il no a un decreto del governo sui social ai minori.
