Al ventiquattresimo giorno di un conflitto che minaccia di trasformare il Medio Oriente in un cumulo di macerie fumanti, la diplomazia ha fatto irruzione sul campo di battaglia con la stessa imprevedibilità di un attacco aereo. Donald Trump, con un drastico cambio di registro, è passato in poche ore dalle promesse di annientamento totale del regime di Teheran alla narrazione di un negoziato serrato, condotto nell’ombra. Il presidente statunitense ha annunciato attraverso i suoi canali social e in una successiva conferenza stampa la sospensione cautelativa degli attacchi contro le infrastrutture critiche iraniane. Il rinvio, fissato in una finestra di «cinque giorni», congela momentaneamente i piani di bombardamento contro centrali elettriche e impianti energetici, che Washington aveva minacciato di colpire qualora lo Stretto di Hormuz fosse rimasto chiuso oltre la serata di lunedì.
Trump ha descritto i colloqui come «ottimi», parlando di interlocutori «ragionevoli e affidabili» all’interno dell’apparato iraniano. Il Dipartimento di Stato avrebbe attivato una linea parallela attraverso figure chiave come Steve Witkoff e Jared Kushner. Secondo fonti vicine al sito Axios, i due inviati avrebbero avuto contatti con Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano e figura storicamente vicina alla cerchia del potere supremo.
Tuttavia, la replica di Teheran è stata gelida e sprezzante: Ghalibaf ha smentito categoricamente ogni coinvolgimento, etichettando le dichiarazioni di Trump come «fake news» orchestrate ad arte per manipolare i mercati finanziari e petroliferi e permettere a Stati Uniti e Israele di uscire da una situazione di stallo tattico. In effetti, l’annuncio ha immediatamente raffreddato la corsa del Brent, portando sollievo a piazze d’affari che temevano il peggio. Ma dietro il teatro della smentita ufficiale, si muovono attori regionali con interessi vitali. La Repubblica Islamica ha infatti ammesso l’esistenza di sforzi di de-escalation facilitati da «Paesi amici».
Il baricentro della mediazione sembra essersi spostato dai tradizionali uffici di Doha e Muscat verso un asse più complesso che coinvolge Turchia, Egitto e, soprattutto, il Pakistan. Islamabad, che ospita la più numerosa comunità sciita al mondo dopo l’Iran e che dipende criticamente dalle importazioni di gas dal Golfo, è emersa come la possibile sede di un vertice imminente. Il capo dell’esercito pakistano, Asim Munir, e il premier Muhammad Sharif starebbero tessendo una tela delicatissima tra la Casa Bianca e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian.
Il rischio di una guerra totale è troppo alto anche per Teheran, che ha minacciato di rispondere a eventuali attacchi sulle proprie centrali colpendo gli impianti di desalinizzazione dell’acqua e le infrastrutture energetiche di tutti i Paesi del Golfo, una mossa che metterebbe in ginocchio le monarchie arabe e l’economia globale.