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Medio Oriente, i big europei si muovono: i volenterosi di Hormuz pronti a intervenire

Il perimetro si stringe e nascono i volenterosi di Hormuz. Parigi, Londra, Berlino, Roma, l’Aja (in pratica i big della difesa europei) più Tokyoe Ottawa si dicono infatti pronti a «contribuire alle iniziative volte a garantire un passaggio sicuro attraverso lo stretto» e accolgono «con favore» l’impegno dei Paesi «che stanno avviando i preparativi». Un comunicato congiunto emesso mentre il Consiglio Europeo – che all’ordine del giorno ha una discussione sul Medio Oriente – è in pieno svolgimento.

Il diavolo però, come sempre, sta nei dettagli. È essenziale che i combattimenti prima finiscano – ed è una posizione immutata, nonostante la nota glissi sul punto. L’Iran, non a caso, minaccia: chi aiuterà Stati Uniti e Israele si renderà «complice» dell’aggressione. Con tutte le conseguenze del caso. La situazione più che complessa è drammatica. Dunque si stanno intrecciando le iniziative, su diverse direttrici.

Il presidente francese Emmanuel Macron, arrivando al vertice Ue, ha bollato come «sconsiderata» l’escalation che vede coinvolte «per la prima volta» le infrastrutture di produzione del gas in Iran e altri Paesi limitrofi. «Noi – ha dichiarato – difendiamo l’idea di una moratoria sulle infrastrutture civili e sui civili, nonché di una rapida de-escalation. La regione entra in un periodo di festività religiose: tutti dovrebbero calmarsi e i combattimenti dovrebbero terminare almeno per qualche giorno per cercare di dare una nuova possibilità ai negoziati». In pratica un cessate-il-fuoco a cavallo tra la fine del Ramadan e la Pasqua.

La posizione europea

I sei, nel comunicato, ricordano peraltro che la libertà di navigazione è «un principio fondamentale» del diritto internazionale, anche ai sensi «della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare» ed esortano «tutti gli Stati» a rispettarla e a difendere i principi fondamentali della prosperità e della sicurezza internazionali. Macron si è anche sentito con il britannico Keir Starmer e il segretario generale della Nato Mark Rutte e tutti e tre hanno evidenziato la necessità di «un piano sostenibile» per riaprire Hormuz.

«Gli alleati concordano sul fatto che non può rimanere chiuso poiché è fondamentale per l’economia mondiale», ha rimarcato Rutte nel corso di un punto stampa con il presidente romeno. L’ex premier olandese sta sudando sette camicie per ricomporre la frattura con Donald Trump, furente per il gran tradimento della Nato. «Sono fiducioso che gli alleati, come sempre, faranno tutto il possibile a sostegno del nostro interesse comune e quindi troveremo una via d’uscita», ha assicurato anticipando «la discussione intensa con gli Stati Uniti e tra di loro sul modo migliore per affrontare questa enorme sfida di sicurezza». Il tycoon, dal canto suo, ha riconosciuto che «gli alleati stanno diventando più disponibili» nel loro impegno sullo stretto di Hormuz anche se, ha aggiunto sprezzante: «Ora è troppo tardi». Ma si sa, il presidente Usa è mobile nei suoi giudizi.

Le divisioni

Resta il fatto che il dossier Iran è altamente divisivo e nella cornice dell’Unione Europea, dunque a 27, trovare un punto d’incontro – tenendo insieme ad esempio l’iperpacifista Pedro Sanchez e il massimalista Viktor Orban, unico a bloccare le sanzioni contro i coloni violenti israeliani – è una missione quasi impossibile. Tant’è vero che nelle bozze di conclusioni del vertice sulla parte dedicata al Medio Oriente non compare nemmeno una menzione agli Stati Uniti o Israele nel contesto della guerra in Iran.

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