Salina. Trentadue anni dopo Il Postino, Maria Grazia Cucinotta torna ancora sull’isola che le ha cambiato la vita per il Premio Troisi, di cui è madrina fin dalla prima edizione. Accanto a lei c’è sua figlia, che oggi ha quasi la stessa età che aveva lei quando arrivò qui per la prima volta. Il tempo, all’improvviso, diventa qualcosa che si può guardare negli occhi. E il racconto di una carriera si trasforma in qualcosa di più intimo, la storia di una donna che ha attraversato il successo senza perdere il proprio centro.
Vorrei partire dalla Maria Grazia ventenne, quella che ancora non sapeva che Il Postino le avrebbe cambiato la vita. Chi era quella ragazza?
«Ci pensavo proprio ieri, quando siamo arrivati sull’isola insieme a mia figlia, che oggi ha ventiquattro anni. La prima volta che ho messo piede in questo albergo avevo la sua età. Lei ha lasciato crescere i capelli ricci e mi sembrava di vedere la proiezione di me stessa, trentadue anni fa. Quando torno qui ritorno a Maria Grazia. Ritorno a casa, al mio ambiente, al mio Dna. È una sensazione bellissima».
Che momento della sua vita stava vivendo?
«Ero giovane. Ero felice, strafelice. Stavo realizzando il sogno di fare il mio primo film importante, senza sapere che avrebbe avuto un successo internazionale. Mi sarebbe bastato quello nazionale. E poi mi trovavo su un’isola dove non ero mai stata, perché non avevo grandi possibilità economiche. Le isole le avevo soltanto sognate. Facevo un lavoro che era già nei miei sogni e mi pagavano pure per farlo. Ogni mattina aprivo gli occhi e mi dicevo: “Non ho sognato. È tutto vero”».
Che rapporto aveva con Massimo Troisi?
«La forza di Il Postino era la poesia. Massimo aveva capito che le parole possono cambiare la vita delle persone. Possono salvarle dalla povertà, dall’oppressione. Possono diventare uno strumento di libertà».
C’è un ricordo particolare di lui che conserva ancora oggi?
«Girare qui non era semplice. Pollara è stata una delle location più difficili, perché bisognava raggiungerla a piedi. Ricordo la fatica di arrivarci e il fatto che quelle fossero tra le nostre prime scene insieme. Erano scene d’innamoramento. Dentro c’era tanta poesia. E ci sono rimasti tanti ricordi».
Si è mai chiesta come sarebbe stata la sua vita se Troisi non l’avesse scelta?
«Avrei fatto tutt’altro. Avevo già conosciuto mio marito. Lavoravo da cinque anni e sono sempre stata una persona molto lucida. Sognatrice, certo, perché non ho mai smesso di sognare. Ma anche una che ama mettersi alla prova. Forse avrei continuato ancora un po’, e se non fosse arrivato il salto avrei studiato psicologia. Magari oggi sarei una terapeuta».
Lei e suo marito siete insieme da oltre trent’anni. Oggi sembra quasi un atto rivoluzionario. Qual è il segreto?
«La mia vita privata è iniziata insieme al mio successo. Ho conosciuto Giulio (Violati, ndr) tre mesi prima di iniziare a girare Il Postino. Lui mi ha dato stabilità. E questo è fondamentale quando arriva il successo. Perché il successo è meraviglioso, lo aspettiamo tutti. Ma nessuno ti insegna a gestirlo. E soprattutto nessuno ti insegna a mantenere un equilibrio quando arrivano gli alti e bassi. Se non hai accanto una persona che ti ama davvero, rischi di perderti».
Qual è la verità meno romantica e più autentica sull’amore duraturo?
«Che non bisogna cercare di somigliarsi. Noi siamo persone diverse che si sono incontrate perché è scattata quella cosa che si chiama amore. Io non credo che si debba rinunciare a se stessi per rendere felice l’altro. Puoi farlo una volta, ma non puoi cambiare chi sei. Se ti amano, devono amarti con i tuoi pregi e soprattutto con i tuoi difetti. Anzi, spesso sono proprio i difetti a rendere vivo un rapporto».
All’inizio della sua carriera ha avuto paura che la sua bellezza potesse diventare una gabbia?
«Sì. All’inizio sì. Mi sentivo dire che ero “troppo”: troppo bella, troppo sensuale, troppo tutto. Poi ho capito che la bellezza è un limite soltanto per le menti limitate. Una donna bella soffre, vive i drammi, attraversa il disagio esattamente come chiunque altro. All’inizio cercavo di mortificare la mia bellezza. Poi ho pensato: “Sai che c’è? Io sono così”. E ho smesso di chiedere scusa per quello che ero».
C’è qualcosa a cui ha dovuto rinunciare per seguire la sua carriera?
«Le persone che amo. Una donna che lavora rinuncia inevitabilmente a una parte della propria vita privata. Ho cercato di esserci sempre per mia figlia, ma alcuni momenti li ho persi. Mi sono persa i suoi primi passi perché stavo girando un film a New York. E poi c’è mia madre, che oggi ha novantasette anni. A un certo punto della vita non è più il tempo del “domani”. È il tempo che resta. E il senso di colpa per non poter vivere pienamente questi momenti diventa una rinuncia molto pesante».
Lei ha lavorato a Hollywood senza mai smettere di sentirsi siciliana. Che cosa considera un dono della sua terra?
«La Sicilia è un dono totale. Io non dico di essere nata povera, ma quasi. Eppure avevo tutto. Ho avuto un’infanzia meravigliosa: il mare, la montagna, la natura. Mi sentivo una principessa con una collana di pasta e un castello di sabbia. La Sicilia ti fa sentire ricca anche quando non hai niente».
E cosa, invece, le fa ancora rabbia?
«Che sia una terra ingabbiata. Abbiamo bellezze straordinarie e continuiamo a non valorizzarle. Penso alle isole Eolie: trentadue anni fa giravamo un film in cui si parlava della difficoltà di portare l’acqua sulle isole. E ancora oggi ci sono le navi cisterna. Trovo immorale che si debba soffrire così tanto per vivere in un luogo tanto bello».
Se oggi potesse sedersi a Pollara accanto a Massimo Troisi, che cosa gli direbbe?
«Gli direi grazie. E poi gli chiederei se è stato felice del successo di questo film. Lui lo amava profondamente. Diceva sempre: “Ma capisci che questo è un film per l’America?”. Forse gli direi anche che è stata una grande responsabilità portare con me questa eredità. E gli chiederei: “Secondo te, cosa avrei dovuto fare che non ho fatto?”».
E lei si è data una risposta?
«No. Perché le risposte possiamo averle soltanto dalle cose che facciamo. Le cose che non abbiamo avuto il coraggio o l’opportunità di fare resteranno sempre senza risposta».
