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“Lotteria delle anime”, Rosa Matteucci: «Prego per i morti, e a volte mi rispondono» – L’INTERVISTA

Rosa Matteucci non lascia passare una parola sbagliata. Nel suo libro, Lotteria delle anime, il Purgatorio diventa un centralino ultraterreno

“Lotteria delle anime”, Rosa Matteucci: «Prego per i morti, e a volte mi rispondono» – L’INTERVISTA

Rosa Matteucci non lascia passare una parola sbagliata. Se le si dice «fantasmi», corregge subito: no, non sono fantasmi. Sono anime. Anime purganti, per la precisione. La differenza, per lei, non è un dettaglio lessicale: è una questione teologica, sentimentale, quasi fisica. Nel suo nuovo libro, Lotteria delle anime (Adelphi), il Purgatorio diventa una specie di centralino ultraterreno: i morti chiedono preghiere, le notifiche sembrano arrivare dall’Aldilà, Siri parla quando non dovrebbe, i frigoriferi ronzano come stazioni radio della salvezza. Si ride moltissimo, ma mai davvero a cuor leggero. Perché sotto il grottesco, come spesso accade nei suoi libri, c’è una domanda antica e feroce: che ne è dei morti per cui nessuno prega?

Matteucci, Lotteria delle anime comincia con una preghiera e finisce con un cane. In mezzo ci sono il Purgatorio, Siri, frigoriferi parlanti, mistici, morti che reclamano. Come lo spiegherebbe a chi non ha mai letto un suo libro?

«Secondo me la formula giusta è quella che sta sul retro del libro, scritta da Antonio Gnoli: il Purgatorio secondo Rosa Matteucci, fisico e metafisico. Lì c’è l’assunto vero. Io non sarei stata capace di dirlo così. In quella frase c’è tutto».

Nel libro i morti non sono mai davvero morti: bussano, reclamano, disturbano, chiedono messe e preghiere.

«Sì, ma non è un’idea mia. È attestato da tante testimonianze. Io non potevo certo fare una summa di tutte le manifestazioni delle anime purganti, però ho letto parecchia letteratura su questo: testimonianze di mistici, di santi, di persone a cui le anime si sono manifestate. Normalmente la gente non se ne rende conto perché non prega, non si espone. Io invece ho una natura mistica, il canale è sempre aperto. Quindi per me è diverso: è un brusio continuo».

Queste anime sono più insistenti o più sincere dei vivi?

«Sono molto insistenti perché stanno malissimo. Chiedono suffragi, messe, preghiere, atti di carità. E più sincere, sì, per definizione: si trovano in una condizione in cui non possono barare. Un’anima purgante non può essere insincera, altrimenti verrebbe spedita all’Inferno. Secondo me la maggior parte della gente sta in Purgatorio. Poi certo, ci sono quelli che vanno direttamente all’Inferno, perché sono marchiati da crimini fisici, cose orrende».

Lei riesce spesso a far ridere con cose serissime: la morte, la fede, la colpa, la salvezza. Il comico, per lei, è crudeltà o misericordia?

«Assolutamente pietà. A me viene spontaneo parlare così, usando il grottesco, ma c’è sempre pietà. È un modo per far arrivare concetti come il Purgatorio, le anime purganti, i suffragi, a una moltitudine più vasta. Altrimenti restano confinati a quelli che vanno in chiesa, ai devoti, a chi legge testi devozionali spesso molto parolosi, o ingenui, o scritti ad usum del popolo. In una forma letteraria, invece, queste cose arrivano in modo trasversale. È successo anche con il mio Cartagloria».

La sua narratrice prega, ma prega male: si distrae, si irrita, si addormenta, fa i conti delle anime. È più vera una devozione imperfetta di una fede impeccabile?

«È che pregare è faticoso. Se uno deve seguire tutti i precetti teologici quotidiani, anche senza essere un prete o un religioso, è un lavoro. Dovrebbe fare solo quello. Io all’inizio mi sono accostata per caso, poi ho cominciato ad applicarmi, ma a un certo punto non ne potevo più. Era diventato un manicomio. Mi arrivavano continuamente queste notifiche della “lotteria delle anime”: prega per questo, prega per quello. Quando ne suffraghi una arriva una manifestazione e tu capisci che quella preghiera è andata a Tizio piuttosto che a Sempronio. Anche se poi c’è sempre una decisione divina: magari tu preghi per qualcuno e il suffragio va a qualcun altro».

Le è successo anche con personaggi famosi?

«Recentemente ho recitato una preghiera per Carmelo Bene e, qualche giorno dopo, mi sono fermata davanti a un furgone con la scritta Bene. Per me quella era la prova che Carmelo era stato suffragato».

Perché proprio Carmelo Bene?

«L’ho sempre ammirato. Quando uscì Lourdes, lui voleva incontrarmi, forse avrebbe voluto farne un testo teatrale. Poi però è morto, e così è finita. Era un personaggio che ammiravo moltissimo come attore di teatro. Io prego sia per personaggi famosi sia per persone meno famose. Ho fatto una serie di preci in suffragio di alcuni scrittori, per esempio Paul Auster e Bolaño».

Nel libro Bolaño ritorna in una scena che sembra uscita da un film di Troisi.

«Pregavo per Bolaño e poi, su una BlaBlaCar, è salito un uomo identico a lui. All’inizio non capivo: mi sembrava di conoscerlo. Poi ho scoperto che veniva dalla Spagna, da Barcellona. E Bolaño aveva vissuto in Spagna, aveva lavorato anche in un campeggio a Barcellona. Tornavano troppi dettagli».

Vede ancora nel panorama culturale moderno personalità come quella di Bene?

«No, secondo me no. Bene non ha epigoni, non ha padri, è un unicum. Il talento vero, il genio, magari può somigliare un po’ a qualcuno, ma in realtà è unico. Oggi, nel teatro e nel mondo culturale in generale, non vedo nessun personaggio che mi attivi come mi attivava Bene. O come Fellini. Fellini, se avesse letto Lourdes, avrebbe potuto farne un film. Era il più adatto, per visionarietà, per rapporto con la provincia, con la religione, con la morte».

Il gesto forse più scandaloso del libro è pregare per un cane: Charlie Maria. Per la dottrina, gli animali non hanno l’anima. Eppure quel suffragio sembra il più puro di tutti.

«Per molti sarebbe un atto sacrilego, invece per la mia sensibilità, e anche rifacendosi davvero alle parole di Cristo, è l’atto più puro che ci sia».

La sua lingua è riconoscibilissima: alta e bassa, barocca e domestica, piena di santi, corpi, oggetti, malattie, epifanie. Ha mai paura che la voce prenda il sopravvento sulla storia?

«So scrivere solo in quella maniera. E comunque la voce, fin dall’inizio, ha preso il sopravvento sulla storia. Io sono capace di scrivere del nulla. Anche una cosa banalissima: uno va a prendere un caffè, poi va in bagno a fare pipì e non trova la carta. Posso renderlo interessante».

Se esistesse davvero una lotteria delle anime, e lei avesse un solo biglietto da giocare, per chi lo userebbe?

«Mi viene in mente Petrarca. Però che ne so: magari è già stato suffragato».

Quando un anno fa abbiamo parlato di Cartagloria, lei mi disse: “Però non faccia sembrare dall’intervista che Matteucci è una religiosa bigotta”. Ha ancora timore di essere giudicata così?

«Non sapevo come sarebbe stato accolto Cartagloria. Avevo il dubbio che mi prendessero per una beghina, una fissata con le cose di chiesa. Invece sono passata indenne. Quel timore ce l’avevo allora, perché l’argomento della messa in latino, fuori da certi ambiti, non interessa quasi a nessuno. Invece è andata più che bene».

Che cosa le ha lasciato questo anno di Cartagloria?

«Tante presentazioni, tanti viaggi, quattro premi. E poi ho scritto un altro libro, che uscirà a settembre. Non è un romanzo: è un viaggio in visita alle tombe di scrittori, artisti, figure che mi interessavano. Borges, Nabokov, Thomas Mann a Ginevra. Poi a Zurigo ci sono Canetti e Joyce: le tombe sono appiccicate. Quella di Joyce è orribile, con un monumento brutto, lui con i baffi, la trippa, il bastone. Quella di Canetti invece è molto elegante, semplicissima: una pietra con incisa solo la sua firma. Poi ci sono Jung, Chaplin, Coco Chanel. Religione, poesia, letteratura, psicoanalisi, cinema, moda. Mi sono divertita, insomma».