Il conflitto in atto nel Medio Oriente sta orientando tutti gli organismi previsori ed i governi a rivedere al ribasso le stime di crescita per il 2026 con il timore ormai esplicitato da tutti che la situazione è destinata a peggiorare con l’eventuale protrarsi della guerra nei prossimi mesi.
Stavolta è l’Ocse a lanciare l’allarme tagliando le attese di crescita dell’economia globale, europea e dell’Italia, il cui pil è visto in crescita di appena lo 0,4% quest’anno con un’inflazione in salita al 2,4% sempre nel 2026.
In tutti i Paesi del G20 i prezzi sono previsti in aumento dall’istituto parigino, una condizione che lo spinge ad invitare le banche centrali a rimanere ‘vigili’ sul fronte della politica monetaria.
Con la guerra in Iran «siamo davanti a un vero shock, che probabilmente va oltre quello che immaginiamo al momento»: e i mercati finanziari «forse sono troppo ottimisti e determinati a restare ottimisti, nella speranza che si verifichi uno scenario positivo e si torni alla normalità in un tempo relativamente breve» avverte del resto la presidente della Bce, Christine Lagarde, intervistata dall’Economist.
«La paralisi del trasporto marittimo nello Stretto di Hormuz e la chiusura o il deteriorarsi delle infrastrutture energetiche – viene sottolineato da Parigi – hanno causato una fiammata dei prezzi dell’energia e turbato l’offerta mondiale di energia e di altri importanti prodotti di base, come i fertilizzanti».
Secondo l’Ocse, «la portata e la durata del conflitto sono molto incerti ma un prolungato periodo di aumenti dei prezzi energetici avrà per effetto di accrescere notevolmente i costi per le imprese e l’inflazione con conseguenze dannose per la crescita». Non mancano quindi le raccomandazioni ai paesi membri per scongiurare una ripercussione troppo violenta dello choc petrolifero. «Ogni misura pubblica per ammortizzare l’impatto dell’aumento dei prezzi energetici dovrebbe essere ben mirata su coloro che hanno più bisogno», sostiene l’Ocse.
Ai paesi viene inoltre suggerito di «ridurre il consumo energetico». Sul più lungo termine, l’Organismo internazionale suggerisce di moltiplicare le misure per «migliorare l’efficacia energetica al livello nazionale e ridurre la dipendenza rispetto ai combustibili fossili importati». Passi necessari, sottolinea l’organizzazione, per «consentire di ridurre l’esposizione alle tensioni geopolitiche future».
Il quadro poco incoraggiante dell’economia nel suo complesso è testimoniato anche dall’andamento della fiducia dei consumatori rilevato dall’Istat. A marzo 2026, questo indicatore cala infatti da 97,4 a 92,6 mentre l’indicatore composito del clima di fiducia delle imprese subisce una riduzione marginale (da 97,4 a 97,3). Tra i consumatori si evidenzia un diffuso peggioramento delle opinioni, soprattutto di quelle sulla situazione economica del Paese: il clima economico cade da 99,1 a 88,1, il clima futuro scende da 93,1 a 85,3, quello personale cala da 96,8 a 94,2 e il clima corrente diminuisce da 100,7 a 98,0.










