Il sorpasso di Google sulla Rai non dice chi viene guardato di più: dice chi raccoglie più risorse nell’economia della comunicazione. È la chiave dei dati sul «Sistema integrato delle comunicazioni» (Sic) del 2024, diffusi ieri dall’Agcom, l’Autorità garante delle comunicazioni in Italia. Il mercato vale 21,8 miliardi di euro, quasi l’1% del Pil, e cresce del 6,9%, più dell’economia nazionale. Ma la notizia è nella nuova gerarchia: Alphabet/Google conquista il primo posto con il 12,4%, davanti alla Rai (12%), mentre Meta/Facebook balza al terzo (9,7%), superando Sky e Fininvest. Non è un sorpasso negli ascolti: è il segnale di un nuovo potere economico sulla circolazione dei contenuti.
Il mercato dell’attenzione
A trainare la crescita sono gli investimenti pubblicitari online: quasi 8 miliardi, il 36,6% dell’intero sistema, con un aumento del 12,6% in un anno. La pubblicità sui mezzi tradizionali cresce anch’essa, ma del 3,4%, fermandosi a 5,2 miliardi. Il divario si allarga, e indica dove le imprese ritengono di poter intercettare il pubblico. Il digitale vende anche la possibilità di raggiungere utenti selezionati attraverso ricerche, interessi e comportamenti. Motori e social diventano così snodi decisivi anche nella circolazione delle notizie altrui. Dodici operatori raccolgono il 71% delle risorse: nessuno supera il 20%, ma la concentrazione interroga il pluralismo, non solo la concorrenza.
Le abitudini cambiano
Lo spostamento del denaro accompagna quello dell’attenzione, senza coincidere meccanicamente con esso. L’Osservatorio sul sistema dell’informazione dell’Agcom, pubblicato ad aprile con dati riferiti al primo semestre 2025, mostra che Internet è la prima porta d’accesso alle notizie per il 55,8% degli italiani, contro il 43,2% della televisione. Tra i 14 e i 24 anni, quattro su dieci si informano esclusivamente online; fra gli ultrasessantacinquenni prevale ancora il piccolo schermo. Circa un quarto dei cittadini usa almeno quattro mezzi. Non è la semplice sostituzione della tv con lo smartphone: si incontra una notizia sui social, la si cerca su Google, la si approfondisce su un sito o in televisione. Chi governa questi passaggi conquista un vantaggio commerciale.
La televisione resiste
Sul piano economico, il video non arretra. L’area dei servizi audiovisivi e radiofonici resta la maggiore del Sic: quasi 9,5 miliardi, il 44% del totale. Crescono i servizi in chiaro (+4,4%), ma soprattutto quelli a pagamento (+11,3%), spinti dalle offerte online (+15,3%). Anche il satellite torna a salire. Amazon, Netflix e Dazn occupano rispettivamente il sesto, settimo e nono posto tra gli operatori. Più che il tramonto della televisione, emerge un consumo meno legato al palinsesto e distribuito tra piattaforme e schermi. Le forme convivono, mentre cambia il modo in cui l’attenzione produce ricavi.
Il valore delle notizie
La contraddizione più evidente riguarda l’informazione. Quotidiani, periodici e agenzie di stampa valgono 2,8 miliardi, appena il 13% del sistema, e perdono il 3,9% in un anno. L’Osservatorio sul giornalismo dell’Agcom, diffuso nello stesso giorno, mostra che per i soli quotidiani i ricavi sono scesi da 1,49 miliardi nel 2021 a 1,06 nel 2025. Più persone raggiungono le notizie attraverso la rete, ma ciò non significa che siano disposte a finanziarle: secondo Agcom, soltanto il 6,1% ha un abbonamento a un quotidiano online. I mezzi tradizionali continuano a godere di una fiducia elevata più spesso delle fonti online (35,9% contro 20%), eppure faticano a trasformare questa reputazione in ricavi. Intanto un italiano su cinque si informa raramente o per nulla, soprattutto perché percepisce le notizie come ripetitive, negative o emotivamente pesanti. Non basta convincere il pubblico a pagare: occorre offrirgli ragioni per fermarsi, capire e fidarsi. Nell’economia dell’attenzione, la risorsa più contesa rischia di essere proprio quella che il mercato misura peggio: la qualità del tempo dedicato a informarsi.
