L’incontro alla Farnesina tra il viceministro degli Esteri, Edmondo Cirielli, e l’ambasciatore della Federazione Russa in Italia, Aleksej Paramonov, ha sollevato un polverone politico di vaste proporzioni, riportando al centro del dibattito la postura diplomatica del nostro Paese nel delicato scacchiere della crisi ucraina.
Nonostante la linea ufficiale dell’Italia resti fermamente ancorata al sostegno a Kiev e all’atlantismo, il colloquio con il diplomatico di Mosca è stato interpretato dalle opposizioni come un segnale contraddittorio e potenzialmente pericoloso.
Elly Schlein, segretaria del Partito Democratico, ha parlato di una «scelta inopportuna che rischia di indebolire la credibilità internazionale dell’Italia», chiedendo chiarezza sui contenuti del faccia a faccia. Ancora più duro Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 Stelle, che ha definito il vertice un «pasticcio diplomatico», accusando il governo di procedere per «strappi e ambiguità» anziché perseguire una strategia di pace coerente.
La replica di Edmondo Cirielli non si è fatta attendere. Il viceministro ha precisato che l’incontro rientra nelle normali attività istituzionali di un dicastero che deve dialogare anche con attori ostili per rappresentare gli interessi nazionali e ribadire le posizioni dell’Italia. «La diplomazia non si fa solo con gli amici, ma soprattutto con chi è lontano dalle nostre posizioni», ha dichiarato Cirielli, sottolineando che durante il colloquio è stata riaffermata la ferma condanna dell’aggressione russa.
In difesa del viceministro è scesa gran parte della maggioranza. Esponenti di Fratelli d’Italia hanno parlato di «polemiche sterili», evidenziando come altri partner europei mantengano canali simili. Anche dal fronte di Forza Italia è giunto un sostegno alla linea del governo, definita «matura e responsabile», orientata a non lasciare nulla di intentato per favorire una de-escalation, senza per questo arretrare di un millimetro rispetto agli impegni presi in sede Nato ed europea. La polemica però non accenna a spegnersi, alimentando il sospetto delle opposizioni su una presunta «doppia linea» nella politica estera di Roma.