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L’incognita di Hormuz getta scompiglio sui tassi d’interesse delle banche centrali mondiali

Niente di nuovo sul fronte delle banche centrali, con i meeting di questa settimana di Fed, Bce, Bank of England e Bank of Japan che consegneranno al massimo delle opzioni future a disposizione. Con gli occhi fissati sulla situazione geopolitica nel Golfo di Hormuz, dove l’imprevedibilità di Trump ha gettato le stime su crescita e inflazione nello scompiglio, ogni banca centrale presentera diverse opzioni a testimoniare il grado d’incertezza.

S’inizia con la banca centrale giapponese martedì 28 aprile, e le stime convergono su un nulla di fatto coi tassi fermi allo 0,75%. Si prosegue mercoledì con la Fed, in un meeting che si prospetta di standby.

La campagna d’Iran ha prodotto il paradosso che i rincari di benzina e gasolio hanno fatto impennare l’inflazione negli Usa – teoricamente protetti dai prezzi internazionali di gas e petrolio grazie all’auto-produzione – fino al 3,3%, col balzo più forte dai tempi della pandemia. Numeri che legano le mani alla Fed, che nei desiderata di Trump dovrebbe tagliare i tassi senza esitazioni.

A sostituirsi ai dati tecnici che Jay Powell, il governatore in scadenza il 15 maggio, snocciolerà nella conferenza stampa di mercoledì sera, sarà la politica. Il dipartimento di Giustizia Usa, la scorsa settimana, sgombrando il campo dalle indagini su Powell ha praticamente spianato la strada alla nomina di Kevin Warsh come successore.

L’arrivo di un timoniere nominato da Trump, tuttavia, non cambia le carte sul tavolo: la Fed dovrebbe limitarsi a segnalare che ha ‘opzioni’ davanti a sé, con le attese di un taglio dei tassi dall’attuale 3,5-3,45% gelate dalle conseguenze inflazionistiche della guerra in Iran. Al meeting di marzo diversi governatori avrebbero addirittura voluto che la Fed segnalasse un futuro rialzo. Il giorno dopo, giovedì 30, tocca alla Bce con la conferenza stampa della presidente Christine Lagarde. Che già la scorsa settimana ha disinnescato qualsiasi sorpresa: lo shock energetico “è enorme” ma occorre “raccogliere più informazioni“.

L’inflazione europea volata al 2,6% a marzo a causa del caro-energia spinge per una stretta, che gli economisti e i trader tuttavia escludono per fine aprile: arriverebbe a giugno, per essere seguita da un’inversione di marcia, un taglio dei tassi, entro fine 2027. «Nessuna azione sui tassi, e un tono ‘da falco’ per preparare a un rialzo a giugno» dice Lorenzo Codogno di Lc Macro. Tassi fermi al 2%, dunque, con una decisione simile a quella, nello stesso giorno, della Bank of England che è al 3,75%. Perché la guerra in Iran – con investimenti congelati nell’incertezza totale – sta riportando la parola ‘recessione’ sui titoli dei giornali in un’Europa semi-circondata da guerre e sotto attacco coi dazi.

E dunque è meglio essere cauti secondo Francoforte, e non affondare quel poco di crescita che regge. Gli indici Pmi che anticipano l’attività economica, dopo un quarto trimestre con una crescita al lumicino per gli Usa (0,5% il Pil annualizzato, da dividere per quattro), raccontano una ripresina americana in aprile. Quelli per l’area euro, invece, una gelata ai minimi di 11 mesi.

Meglio aspettare e incrociare le dita, ragionano nei corridoi della Bce. I dati di crescita del primo trimestre, in arrivo giovedì mattina, nelle previsioni raccolte da Bloomberg danno per Italia, Germania ed Eurozona uno 0,1%, 0,2% e 0,2% rispettivamente. L’inflazione europea segnerebbe un’ulteriore, rapida accelerazione al 3% in aprile. Non è stagflazione ma ci si avvicina sempre più ogni col passare delle settimane di stallo nello stretto di Hormuz. Gli ottimisti ora guardano al summit di Trump col presidente cinese Xi Jinping a metà maggio, con l’idea che il tycoon Usa vogli arrivarci avendo chiuso il dossier Iran

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