Tassi fermi, per ora, con la speranza che il conflitto in Iran termini presto. Ma anche il segnale che le banche centrali sono pronte ad agire per tenere l’inflazione sotto controllo. Perché se il blocco dello stretto di Hormuz non si risolvesse velocemente, lo shock più forte di sempre ai flussi petroliferi rischia di tradursi in un simile shock economico. Mettendo le banche centrali di fronte, potenzialmente, a una stagflazione e quindi al rischio di dover dare una stretta monetaria ancora più energica, in futuro, nonostante l’economia peggiori.
È il dilemma sul tavolo dei banchieri centrali questa settimana. Ben 18 banche centrali, dalla Cina al Giappone all’Europa fino agli Usa si riuniscono questa settimana: fra loro la Fed mercoledì, la Bce giovedì come la Banca d’Inghilterra e la Banca nazionale svizzera. Nessuna di loro può influenzare i prezzi energetici che hanno sconvolto l’agenda di politica monetaria con un balzo di oltre il 60% del gas naturale in Europa, e negli Usa del 46% per i futures sulla benzina e del 25% dei prezzi al distributore. Per questo motivo, il mantra – salvo che per la Reserve Bank of Australia che stanotte ha alzato i tassi di 25 punti base – è: guardare oltre lo shock immediato e mantenere nervi saldi. Incrociare le dita, sperando che la fiammata dei prezzi energetici non diventi un incendio per l’inflazione generalizzata. Allo stesso tempo, dare ai mercati il segnale di prontezza per tenere sotto controllo le aspettative d’inflazione.
La speranza, per tutti, è che la guerra scatenata in Medio Oriente dall’attacco di Israele e Usa all’Iran termini presto. E che riprendano i flussi dell’energia, anche se ci vorrà tempo perché il mercato si riassesti. Alzare i tassi sarebbe doloroso per tutti. Per gli Usa, la cui economia si è «piantata» nel quarto trimestre 2025 con un +0,7% di crescita annualizzata. Cifra che, calcolata con i parametri europei, equivale a meno dello 0,2%. Per l’Europa, dove l’escalation in Medio Oriente sta già facendo danni: ha fatto crollare l’indice Zew tedesco sulla fiducia degli investitori da +58,3 di febbraio a -0,5% di marzo, azzerando i progressi degli ultimi mesi compiuti grazie allo stimolo di bilancio del cancelliere Merz. «L’economia europea è la più vulnerabile dopo l’attacco all’Iran, e quella italiana è ancora più esposta», avverte Lorenzo Codogno di Lc Macro Advisors. L’economia italiana «entrerebbe in lieve recessione nel secondo e terzo trimestre» con una crescita sull’intero anno ferma a 0,4% e un picco d’inflazione al 5-6% nell’estate, anche se «gli esiti variano significativamente a seconda di come evolve la guerra».
Ecco dunque che questa settimana i banchieri centrali dovranno fare un esercizio da «trapezisti» della politica monetaria. Sarà dura per il governatore della Bank of England Andrew Bailey, con l’inflazione già al 3% e una crescita anemica: rischio di stagflazione concreto. Nell’area euro, l’ipotesi di un taglio dei tassi è stata spazzata via dalla nuova guerra. La presidente della Bce Christine Lagarde non potrà limitarsi ad affermare che la Bce è «ben posizionata» per reagire, ora che i mercati vedono almeno un rialzo dei tassi nel corso del 2026. Francoforte manterrà tutto fermo giovedì e gli economisti non vedono una stretta come scenario principale del 2026. Ma Lagarde dovrà dirsi pronta a rispondere. «Più durano il conflitto e le tensioni sui prezzi, più diventa probabile una stretta monetaria», dice Codogno.
Per Jay Powell, al suo penultimo meeting da presidente della Fed, è un pò più facile: gli Usa non importano greggio come l’Europa e il mandato della Fed è «doppio», guarda sia all’inflazione che alla piena occupazione. Tutto potrebbe però complicarsi per il successore Kevin Warsh, scelto da Trump anche per l’intenzione di tagliare i tassi. Un’aspettativa della Casa Bianca destinata ad aumentare visto il rischio che i democratici si prendano entrambe le camere alle elezioni di mid term.










