Esce oggi in Italia per il Mulino “La via del Sud”. Per una storia nuova, volume collettivo a cura di Emanuele Felice (Bologna, il Mulino, 2026), che raccoglie i risultati più recenti della ricerca sul divario tra Nord e Mezzogiorno lungo un arco temporale che dal tardo Medioevo arriva ai giorni nostri.
Storico dell’economia, Felice firma il capitolo introduttivo e quello conclusivo, nel quale dalla ricostruzione delle origini e delle trasformazioni della questione meridionale passa alle possibili politiche per il futuro: dalla nuova programmazione industriale alla transizione energetica, fino all’emergenza demografica e alla fuga dei giovani qualificati.
Lei insiste sul fatto che il divario Nord-Sud non sia né un destino geografico né il prodotto esclusivo dell’Unità, ma il risultato storico di istituzioni, disuguaglianze e classi dirigenti. Qual è, oggi, l’elemento che più distingue questa lettura dalle narrazioni «nordiste» e «sudiste» che continua a contestare?
«Sia la narrazione nordista, sia quella sudista, pur contrapposte, hanno un tratto in comune: considerano il Sud come un blocco omogeneo, dimenticando le differenze al suo interno. Dimenticando il ruolo delle classi dirigenti, le disuguaglianze più alte, le condizioni sociali drammatiche nell’Ottocento, come l’altissimo analfabetismo. Entrambe, poi, hanno successo perché fanno comodo alle rispettive classi dirigenti. Quella nordista, che sostiene che il Sud è irredimibile, fa comodo alle classi dirigenti del Nord e in parte nazionali, che non vogliono spendere per il Sud. Quella sudista fa comodo alle classi dirigenti del Sud, perché dando la colpa al Nord evitano di mettersi in discussione. La storia della questione meridionale però, come cerco di spiegare, è ben più complessa, ed è una storia di oppressi e oppressori innanzitutto dentro il Mezzogiorno. Del resto, uno dei compiti più alti dello storico è forse proprio quello di smontare le interpretazioni distorte della storia che fanno comodo al potere di turno».
Nel libro la «modernizzazione passiva» sembra essere una delle categorie decisive: il Mezzogiorno riesce a convergere quando innovazioni e risorse arrivano dall’esterno, ma torna indietro quando diventano determinanti la qualità delle istituzioni e delle classi dirigenti locali. Perché questo meccanismo ha resistito così a lungo, persino alle grandi trasformazioni del secondo Novecento?
«Ha resistito perché ha consentito proprio di non mettere in discussione gli assetti di potere interni al Mezzogiorno. È una strategia di sopravvivenza notevole, in effetti, per un’élite estrattiva: accettare la modernizzazione solo fin quando non mette in discussione i suoi privilegi: ricorda il Gattopardo?. Questo però porta a una modernizzazione incompleta, e il perpetuarsi di quelle stesse classi dirigenti e di quel blocco di potere frena ogni ulteriore evoluzione, specie quando si arriva al punto decisivo. Questo vale per il reddito, con la crisi del percorso di convergenza negli anni 1970, vale, in anni più recenti, anche per la salute, dopo la regionalizzazione del sistema, e sotto certi aspetti anche per l’istruzione, sia in età liberale, sia in epoca repubblicana».
Lei rivaluta la prima stagione della Cassa per il Mezzogiorno, ma individua nella progressiva regionalizzazione uno dei fattori della sua degenerazione e propone oggi una maggiore centralizzazione anche nella programmazione economica e, se necessario, in alcuni servizi. Il problema è davvero il livello territoriale delle decisioni o, più profondamente, la qualità delle istituzioni che le assumono?
«Sono due aspetti legati. La qualità delle istituzioni è più bassa perché lo è il livello territoriale delle decisioni. Questo dipende dalle classi dirigenti locali e dai loro interessi ma oggi, attenzione, anche da condizioni oggettive: l’infrastrutturazione energetica, dei trasporti e telematica del Mezzogiorno, ad esempio, va pensata con una strategia unitaria, razionale e coerente, non si può lasciare che ogni singola regione faccia da sé. Un discorso simile vale per la sanità: i diversi rami dell’amministrazione italiana devono collaborare, per rendere la spesa più efficiente e anche più efficace».
La sua proposta per il futuro punta su rinnovabili, microelettronica, automotive elettrico, data center, bioindustria e su una programmazione pubblica resa più precisa da big data, modelli matematici e intelligenza artificiale. Quanto possono questi strumenti sottrarre le politiche industriali alle logiche clientelari e quanto, invece, resta inevitabilmente una questione di potere e di qualità della politica?
«Lei coglie un punto centrale. Da un lato, noi oggi siamo di fronte a un’opportunità storica, proprio per il Mezzogiorno: migliorare la pubblica amministrazione, in grado di realizzare una programmazione migliore, più oggettiva e non clientelare, proprio grazie alle nuove tecniche. In un certo senso, questo permetterebbe di tornare alla prima stagione, quella più felice, della Cassa per il Mezzogiorno, che funzionò proprio perché questa era un organo tecnico, inizialmente, autonomo dalle pressioni politiche. Oggi questo aspetto è facilitato dalle nuove tecnologie. Dall’altro, è ovvio che le nuove tecnologie devono essere guidate dalla politica, aggiungo democratica. Tuttavia la politica deve limitarsi a fissare gli obiettivi di massima, a tutelare i diritti dei cittadini e riservarsi l’ultima parola: alla fine è l’essere umano che deve prendere le decisioni, in condizioni di massima trasparenza. Ma l’analisi dei diversi scenari e la valutazione delle ipotesi in campo, su cui poi si basano le scelte, possono oggi essere enormemente potenziate e liberate da clientelismo e particolarismo: e sarebbe miope non cogliere questa opportunità, innanzitutto per il Mezzogiorno. E aggiungo: occorre anche attrezzarsi perché questa sia davvero un’opportunità e non invece un’ennesima imposizione tecnicistica sulla testa delle persone».
Nel capitolo finale la demografia appare come il vero limite temporale: il Sud perde popolazione e soprattutto giovani laureati, proprio mentre avrebbe bisogno di competenze per costruire un nuovo modello di sviluppo. Se questa è davvero «l’ultima opportunità» evocata nel libro, chi dovrebbe essere oggi il soggetto politico e sociale capace di trasformare una diagnosi ormai molto approfondita in una nuova stagione meridionalista?
«Sì, lo è. Le condizioni e ancor più le prospettive demografiche sono drammatiche. Per questo credo che siamo davvero all’ultima possibilità. L’Italia tutta deve tornare a investire in istruzione e ricerca, a tutti i livelli degli studi, e farlo soprattutto nel Mezzogiorno. Al contempo, deve dotarsi di una politica industriale capace di attrarre talenti, italiani e anche stranieri. Il momento è adesso, le opportunità ci sono a partire dai settori che si diceva, dalle rinnovabili alla microelettronica, all’automotive e alla bioindustria. Ma occorre una classe dirigente politica capace di immaginare un futuro industriale per il Sud e per l’Italia, all’avanguardia tecnologica. Un futuro possibile e necessario. Purtroppo constato che il clima prevalente va in tutt’altra direzione: quella della rendita turistica, di attività a basso livello di istruzione e tecnologia. È la via che porta al declino definitivo del Sud e dell’Italia. Anche per evitarlo ho curato e scritto questo libro».
