Le truppe russe stanno avanzando su un fronte di 160 chilometri per prendere il controllo dell’intera regione ucraina di Donetsk e «hanno superato, in alcune zone, la prima linea difensiva del complesso fortificato di Sloviansk-Kramatorsk». Lo ha affermato il capo di Stato maggiore russo, Valery Gerasimov, durante una visita ad un centro di comando vicino al fronte.
Secondo Gerasimov, i soldati russi sono arrivati a circa «quattro chilometri dalla periferia orientale di Sloviansk, mentre a est di Kramatosk stanno combattendo sul territorio dell’aeroporto, a tre chilometri dalla periferia della città».
«L’obiettivo strategico principale del regime di Kyiv rimane il mantenimento del controllo sulla parte rimanente del Donbass» e a tal fine «ha costruito e continua a migliorare una difesa profondamente stratificata, basata sugli edifici alti e sulle zone industriali delle principali città di Sloviansk, Kramatorsk e Druzhkivka, collegate tra loro da una sviluppata infrastruttura di trasporti e da un sistema di fortificazioni», ha detto Gerasimov, citato nel canale Telegram del ministero della Difesa russo. Il capo di Stato maggiore ha aggiunto che le unità russe si sono avvicinate anche a Druzhkivka e «si trovano a un chilometro e mezzo dalla città. In totale, durante i due mesi trascorsi sul fronte di Druzhkivka, sono stati liberati più di 100 chilometri quadrati di territorio» ha affermato Gerasimov.
Cosa significherebbe l’eventuale caduta totale della linea
La porzione occidentale della regione di Donetsk, nel bacino del Donbass, rappresenta un’area estesa circa 5mila chilometri quadrati il cui eventuale cedimento provocherebbe un’accelerazione delle avanzate di Mosca paragonabile ai progressi ottenuti nelle prime fasi del conflitto. Per Vladimir Putin l’area costituisce un trofeo politico irrinunciabile, mentre per Volodymyr Zelensky rappresenta una concessione inaccettabile sia sul piano militare sia su quello costituzionale. La convergenza di fattori simbolici, logistici ed economici trasforma questa striscia di territorio nel prisma attraverso cui leggere le dinamiche internazionali, le pressioni degli Stati Uniti e l’impossibilità strutturale di giungere a un accordo di pace.
Attorno al nodo logistico di Pokrovsk, principale crocevia ferroviario e stradale attraverso cui Kyiv rifornisce la cintura urbana composta da Sloviansk, Kramatorsk e Kostiantynivka, i combattimenti hanno raggiunto la massima intensità. Se tale snodo venisse aggirato o conquistato, l’esercito ucraino sarebbe costretto a deviare i rifornimenti su rotte più lunghe e vulnerabili.
Per il Cremlino l’intransigenza si fonda su motivi ideologici e materiali: a Sloviansk, il 12 aprile 2014, il contingente armato guidato dall’ex agente dell’Fsb Igor Girkin diede il via alla guerra nel Donbass, rendendo la presa della città un passaggio simbolico irrinunciabile per la propaganda russa. Sul piano logistico, inoltre, dall’area di Sloviansk parte il canale Siverskyi Donets-Donbass, un’infrastruttura sovietica di 133 chilometri essenziale per l’approvvigionamento idrico di Donetsk e Yasynuvata. Dalla parte ucraina, invece, Kramatorsk e Druzhkivka formano una spina dorsale difensiva dotata di impianti sotterranei paragonabili all’acciaieria Azovstal di Mariupol: la caduta di Siversk a dicembre 2025 aveva già incrinato lo scudo protettivo, e l’attuale sfondamento della prima linea rischia ora di generare un effetto domino devastante per le regioni occidentali.
