La fotografia come esercizio di precisione dello sguardo. Come disciplina della forma prima ancora che della visione. Dal 12 febbraio «Camera – Centro Italiano per la Fotografia» ospita Edward Weston. La materia delle forme, grande retrospettiva organizzata da Fundación Mapfre in collaborazione con l’istituzione torinese, che dopo Madrid e Barcellona approda per la prima volta in Italia. La mostra, curata da Sérgio Mah, riunisce 171 immagini, molte vintage, insieme a prime edizioni dei libri pubblicati dall’autore e al cortometraggio «The Photographer di Willard Van Dyke» (1948), offrendo una ricostruzione ampia e rigorosa del percorso artistico di uno dei protagonisti della fotografia del Novecento.
Dalla pittura alla forma
Il percorso segue l’evoluzione di Weston dagli esordi pittorialisti, ancora legati a un’estetica morbida e impressionistica, fino alla maturità modernista. Nei primi lavori compaiono paesaggi pastorali, ritratti e vedute sfumate, ma già si intravede l’idea che la fotografia possa costituire un linguaggio autonomo. La svolta arriva con i soggiorni in Messico tra il 1923 e il 1926. Qui Weston abbandona definitivamente il pittorialismo e sviluppa una poetica fondata su rigore tecnico e chiarezza formale. L’immagine non deve imitare la pittura, ma rivelare la struttura delle cose. La fotografia diventa un atto di scelta e concentrazione: vedere significa isolare, semplificare, rendere essenziale.
Il mondo come scultura
Nature morte, nudi e paesaggi costituiscono il cuore della sua ricerca. Oggetti quotidiani – un peperone, una conchiglia, una foglia di cavolo – assumono una qualità quasi scultorea. Il celebre «Peperone n.30» sembra un corpo umano modellato dalla luce, mentre nei nudi la sensualità nasce dalla geometria delle linee più che dalla psicologia del soggetto. Dalla fine degli anni Venti il paesaggio diventa centrale. Weston fotografa deserti, coste e parchi dell’Ovest americano con uno sguardo insieme contemplativo e analitico. La natura appare priva di presenza umana, ma carica di energia formale. Le immagini della Death Valley e quelle realizzate a Point Lobos mostrano un equilibrio raro tra concretezza e astrazione. Negli anni Quaranta il tono si fa più malinconico: tronchi, rocce e forme naturali sembrano alludere al tempo e alla dissoluzione. Eppure la precisione dello sguardo resta intatta. Con la sua fotocamera a grande formato e un bianco e nero di straordinaria definizione, Weston ha contribuito a ridefinire il ruolo della fotografia nella cultura visiva moderna. La mostra torinese restituisce la coerenza di questa ricerca: un lavoro che non descrive il mondo, ma lo trasforma in struttura visibile, in materia di luce e forma.