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“Sull’eguaglianza di tutte le cose”, la realtà non ci somiglia e Rovelli lo scrive senza fronzoli

Carlo Rovelli è uno dei pochi scienziati contemporanei che fa della conoscenza un atto di insubordinazione. "Sull’eguaglianza di tutte le cose" (Adelphi) non è un trattato di fisica: è un manifesto filosofico mascherato da lezione americana, un invito – verrebbe da dire un monito – a liberarci dell’ingenuità con cui continuiamo a guardare il mondo.…
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Carlo Rovelli è uno dei pochi scienziati contemporanei che fa della conoscenza un atto di insubordinazione.

“Sull’eguaglianza di tutte le cose” (Adelphi) non è un trattato di fisica: è un manifesto filosofico mascherato da lezione americana, un invito – verrebbe da dire un monito – a liberarci dell’ingenuità con cui continuiamo a guardare il mondo.

La nostra mente, dice Rovelli, è ancora prigioniera dell’aiuola di Dante, convinta che ciò che vediamo ogni giorno sia la misura dell’universo. Un errore che, per chi ami la verità e non le comode superstizioni del senso comune, è intellettualmente intollerabile.

Rovelli parte dalla Terra, da questo minuscolo granello dove crediamo che lo spazio sia vuoto, il tempo sia uno, e gli oggetti siano cose stabili. Nessuno di questi dogmi resiste alla fisica del Novecento. Nella realtà – quella vera, non quella da bar sport – gli oggetti si sfaldano in fenomeni, lo spazio vibra, il tempo non coincide mai per due osservatori. Galileo, Newton, Einstein: tutti quanti ci hanno già detto che il mondo è più complesso, eppure noi continuiamo a pensarlo come un salotto con mobili fermi al loro posto. È la nostra pigrizia metafisica, bersaglio privilegiato di Rovelli.

Il mondo come relazione

Il centro del libro è la rivoluzione concettuale introdotta dalla meccanica quantistica. Se c’è una frase che lo condensa è quella che Rovelli riprende da Niels Bohr: non esistono proprietà di un sistema al di fuori delle interazioni che lo mettono in relazione con qualcos’altro. Il che significa una cosa scandalosa: ciò che chiamiamo «realtà» non è un catalogo di oggetti, ma un tessuto di relazioni. L’elettrone non «ha» una posizione; la prende solo quando interagisce.

Una provocazione scientifica che è anche una lezione morale: quello che crediamo di vedere senza relazione è un’illusione, un errore di prospettiva. L’esperimento mentale di Wigner, riportato da Rovelli, lo dimostra con potenza quasi teatrale: due osservatori possono attribuire stati diversi allo stesso evento, entrambi veri rispetto al proprio punto di vista. Il mondo non è uno, è molteplice; non è compatto, è prospettico. Altro che le certezze monolitiche dei metafisici da tavolino.

Contro la verità unica

Tutto il libro è una battaglia contro l’idea – tanto dura a morire da essere quasi una superstizione – che debba esistere una descrizione ultima, assoluta, valida «dal di fuori». Ma un «di fuori» non esiste. È un mito infantile. La realtà, ci ricorda Rovelli, non ha fondamenta ultime: è un cerchio che possiamo conoscere solo dall’interno, come parte di esso. Eppure questo antifondazionalismo non ha nulla di nichilistico. Rovelli non distrugge il mondo: lo alleggerisce. Lo rende più adatto agli esseri mortali che siamo, fatti di pensieri, di errori, di percezioni parziali.

La sua fisica – che è anche una filosofia, e forse una morale – ci invita a liberarci dell’idolo della certezza. Capire, per lui, significa accettare il movimento, l’instabilità, la pluralità delle prospettive. Resta, a chi legge, una vertigine. Ma è una vertigine benefica: quella che nasce quando la conoscenza non serve a rassicurare, ma ad aprire. Rovelli ci chiede di diventare adulti nella nostra comprensione del mondo, perché significa – e qui la sua voce risuona come uno schiaffo al torpore collettivo – rinunciare al desiderio infantile di trovare un principio unico che ci sollevi dalla fatica di pensare. E questo, oggi, è un gesto più rivoluzionario di qualsiasi teoria fisica.

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