Con un intervento su Avvenire che sembra un programma per il ministero, il vicepremier Matteo Salvini è tornato a mettere nel mirino gli Interni: «Considero la sicurezza uno dei primi doveri dello Stato. Non perché sia l’unico, ma perché da quel dovere dipende la credibilità stessa delle istituzioni».
L’obiettivo del segretario della Lega è chiaro, il Viminale, dove tornare in caso di vittoria del centrodestra alle politiche del 2027. O magari anche prima. L’offensiva partita dalle file del Carroccio ha tirato in ballo anche il Colle. Ne ha parlato il senatore Claudio Borghi, che non è nuovo a uscite che fanno chiasso: «Salvini sarebbe dovuto diventare ministro dell’Interno all’inizio della legislatura – ha detto – Non gli è stato concesso perché era sotto processo ma, una volta assolto, sarebbe dovuto istantaneamente andare al Viminale. A quanto mi risulta e a quanto si dice, probabilmente gli è stato negato su spinta della presidenza della Repubblica».
Accuse e scenari che si affastellano, anche sotto la pressione dei sondaggi. «Per il mio ruolo – ha scritto Salvini – incontro ogni giorno persone in tutta Italia e la domanda di sicurezza attraversa il Paese».
E poi: «Un Paese ha il dovere di sapere chi entra nel proprio territorio, di far rispettare le proprie leggi e di contrastare ogni forma di illegalità che prospera nell’irregolarità. Governare l’immigrazione significa scegliere».
