In oltre tre anni a Palazzo Chigi, non l’avevano mai vista così furiosa. Il day after di Giorgia Meloni dopo la sconfitta al referendum si è trasformato in un impetuoso redde rationem. La giustizia, si sarebbe sfogata con i suoi la premier, è storicamente un tema caro alla destra e va assolutamente recuperato. Quindi, in sintesi, via tutti i membri del governo con situazioni giudiziarie che creano imbarazzo. Così in una giornata concitata sono arrivate le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi. Fino all’inedita nota con cui un presidente del Consiglio chiede un passo indietro a un suo ministro. Ossia Daniela Santanchè.
La Russa mediatore
A processo a Milano per presunto falso in bilancio su Visibilia e indagata per un’ipotesi di bancarotta e presunta truffa all’Inps, l’esponente di FdI già a inizio 2025 era finita sulla graticola. Per la moral suasion sarebbe stato coinvolto anche il presidente del Senato Ignazio La Russa, ora come allora, quando la ministra del Turismo condizionò le dimissioni a una richiesta di Meloni. Allora non arrivò, adesso è quanto mai esplicita.
La premier (che potrebbe prendere l’interim del Turismo o scegliere un tecnico di spicco del settore) non chiederà al Parlamento un voto di fiducia dopo la disfatta referendaria, non la considera una crisi politica, e non ha in agenda per ora incontri con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ma a urne chiuse ha subito pensato a un riassetto della sua squadra. E la parola «rimpasto» torna a circolare.
Le possibili reazioni
Nella maggioranza, però, è ben chiaro che sostituire un terzo ministro (dopo Gennaro Sangiuliano e Raffaele Fitto) richiederebbe una nuova fiducia delle Camere. È una delle questioni aperte che Meloni si porta dietro nella missione di poche ore in Algeria domani. Intanto, nelle valutazioni ai piani alti del governo la debacle referendaria ha ragioni endogene non trascurabili.
Nordio non è mai stato in discussione ma la premier, raccontano, punta il dito contro lo «scarso impegno» della Lega rimarcato in queste settimane pure da FI. Nelle analisi interne sul voto sarebbe emerso che una parte di elettorato ha punito la «scarsa coerenza» nel quel ‘se sbagli paghi’ usato contro gli avversari e applicato senza pari rigore sui casi interni. Soprattutto, appunto, su Santanchè, Delmastro e Bartolozzi.
Tre punti deboli, si ragiona nel governo, da eliminare per neutralizzare gli attacchi delle opposizioni. In questo contesto sono nate le accelerazioni su Delmastro e Bartolozzi, in ore segnate da riunioni tra Meloni e i vertici di FdI. Nel partito avevano già capito che la leader non avrebbe salvato il sottosegretario, rompendo uno schema che l’ha vista sempre tutelare i suoi fedelissimi. Il passo indietro, negli auspici con cui è stato guidato, eviterà altri imbarazzi.
Quanto a Bartolozzi, per l’ex magistrata si parla già di un posto nell’imminente tornata di nomine per i vertici delle società partecipate. La doppia mossa di Meloni trova apprezzamento dalle parti di FI: una decisione politica azzeccata, viene definita in ambienti azzurri, abbassa la tensione e sottrae il governo a strumentalizzazioni.