Preservativi sequestrati mostrati sui social, video degli attivisti che ridono e fanno capriole a bordo delle motovedette israeliane, sospetti di legami con Hamas messi in primo piano e una narrativa studiata a tavolino, resa accattivante da vignette, per far apparire la missione umanitaria come una messinscena.
All’arrivo della Global Sumud Flotilla, Israele non ha schierato solo la Marina, ma anche una campagna di propaganda e pubbliche relazioni organizzata da tempo per ridurre al minimo il danno d’immagine che le iniziative dirette verso Gaza hanno provocato negli ultimi mesi.
A ricostruire lo scenario è il Jerusalem Post, quotidiano vicino al governo israeliano, in un articolo dal titolo eloquente: “Affondare la flottiglia dei preservativi, come Israele ha preso il controllo della narrativa sulla Global Sumud Flotilla”. Secondo il giornale, in Israele l’arrivo delle imbarcazioni è stato interpretato come un tentativo di alimentare una crisi politica e morale alla vigilia dei colloqui sull’attuazione della fase II del piano di pace per Gaza, distogliendo l’attenzione dagli sforzi internazionali.
La gestione della comunicazione non è stata affidata all’Idf ma al ministero degli Esteri, che avrebbe impostato una strategia su tre pilastri: mettere in dubbio la legittimità della missione, evidenziarne presunti legami con Hamas e colpire direttamente i singoli partecipanti. In questa cornice si inserisce anche il post su X del Board of Peace, che ha definito la flottiglia «solo uno spettacolo».
Il secondo punto è stato l’insistenza sui presunti legami con Hamas: «non un’innocente iniziativa civile, ma una mossa orchestrata», viene riportato. Infine l’attacco personale agli attivisti, con la diffusione di sospetti di affiliazione al terrorismo per Thiago Avila e Saif Abu Keshek e con la pubblicazione di immagini pensate per ridicolizzarli.