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La discesa e la ferita. Milo De Angelis incontra Claudiano nel mito di Proserpina

Nella carriera di Milo De Angelis, un gesto torna con puntualità quasi ossessiva: scendere. Scendere nei testi, nei morti, nei classici, nella lingua prima della lingua. Non è filologia, e neanche esercizio accademico: è una necessità esistenziale. Da So - miglianze fino a Tema dell 'a d d io , passando per la pratica continua…
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Nella carriera di Milo De Angelis, un gesto torna con puntualità quasi ossessiva: scendere. Scendere nei testi, nei morti, nei classici, nella lingua prima della lingua. Non è filologia, e neanche esercizio accademico: è una necessità esistenziale. Da So – miglianze fino a Tema dell ‘a d d io , passando per la pratica continua della traduzione – da Baudelaire fino a Lucrezio – De Angelis ha costruito un’opera che non procede, ma ritorna. Sempre verso un punto originario, traumatico, irriducibile.

È da qui che bisogna leggere il suo Claudiano. Non come un classico restituito, ma come un classico riconosciuto. Ne Il rapimento di Proserpina, pubblicato da La nave di Teseo, De Angelis non fa il curatore, trova un fratello. Claudiano, poeta tardo, retore della fine de ll’Impero, costruisce il suo poema per accumulo: immagini, colori, luce, Sicilia, fiori, oro, cavalli infernali.

È una poesia che eccede, che abbaglia, che si offre come superficie perfetta. Ma Milo – che da cinquant’anni lavora sull’opposto, sulla sottrazione, sul colpo secco della parola – entra in quella superficie e la incrina. Perché sotto quell’eccesso vede una cosa sola, la ferita. Due lingue, stessa soglia La Sicilia di Claudiano è luminosa, quasi irreale. È un paesaggio che si impone per intensità visiva: Enna, Pergusa, l’Etna, i prati dove Proserpina raccoglie fiori. Ma De Angelis legge questa luce come un inganno. Oltre l’innocen – za, oltre l’idillio, c’è solo un attimo sospeso prima della caduta. È qui che le due lingue iniziano a parlarsi. Claudiano dice: «guarda». De Angelis risponde: «ascolta».

Il primo costruisce un mondo visibile, il secondo scava sotto la visione. L’ekphra – sis, in Claudiano, è celebrazione della forma; in De Angelis diventa una soglia: ogni immagine è già sull’orlo della propria distruzione. È il principio stesso della sua poesia: l’evento accade prima del linguaggio, e il linguaggio arriva sempre troppo tardi. Per questo il De raptu Proserpinae, nella sua lettura, non è un episodio mitologico ma un gesto originario. Non si limita a raccontare la discesa agli inferi. La inaugura. La celebra come una festa, come esperienza conoscitiva. Scendere non è punizione, ma condizione per vedere. Qui Claudiano, senza saperlo, diventa deangelisiano.

Il tragico come conoscenza

De Angelis ha spesso detto che il tragico non è un tema, ma un incontro. Accade, senza possibilità di scelta. E quando accade, divide il mondo in un prima e un dopo. È esattamente ciò che succede a Proserpina. Il momento in cui coglie il fiore è già il momento in cui tutto è perduto. Claudiano racconta questo passaggio con una tensione narrativa perfetta. Ma ciò che interessa a De Angelis è il punto cieco, è ciò che i personaggi non sanno. Cerere non capisce. Proserpina non capisce. Nessuno capisce. Eppure tutto accade con una necessità assoluta.

È la stessa logica che governa la sua poesia: decisioni irrevocabili, eventi senza spiegazione, gesti che non si possono giustificare ma solo attraversare. Se Claudiano costruisce il poema come un sistema di immagini, De Angelis lo legge come un campo di forze. Dove ogni cosa è già attraversata dal proprio contrario: la luce dal buio, la vita dalla morte, la bellezza dalla perdita. Non è il rapimento a contare, ma il fatto che non finisca. È il fatto che il poema resti incompiuto. Claudiano si ferma prima della restituzione, prima del ritorno ciclico di Proserpina. Lascia la discesa sospesa.

Ed è qui che De Angelis interviene, senza sporcarsi le mani. Perché tutta la sua opera è costruita su questa sospensione, una soglia che non si chiude, un gesto che non trova compimento. Claudiano scrive un poema interrotto. De Angelis vive dentro quell’interruzione. E forse è questo, alla fine, il senso più profondo di questa edizione: non riportare un testo al presente, ma mostrare che il presente era già lì. Che la voce di Claudiano – sotto la sua perfezione retorica – parlava da sempre la lingua del tragico contemporaneo. La stessa lingua di Milo.

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