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Iva Zanicchi: «La mia voce e quella fame che non passa. Berlusconi? Al Paese manca uno come lui» – L’INTERVISTA

Iva Zanicchi guarda avanti. E lo dice come dice quasi tutto: con quella miscela tutta sua di ironia, memoria e spudorata sincerità

Iva Zanicchi: «La mia voce e quella fame che non passa. Berlusconi? Al Paese manca uno come lui» – L’INTERVISTA

C’è stata una fame vera, nella vita di Iva Zanicchi. Quella di una bambina che mangiava quattordici fette di polenta e che, ancora neonata, secondo il racconto di sua madre, smise di piangere soltanto quando una vecchia zia capì che non era malata: era solo affamata. Poi ne è arrivata un’altra. Più difficile da saziare. Fame di sapere, di cantare, di salire su un palco, di fare ancora qualcosa quando tutti sembrano aspettarsi che una donna della sua età cominci a guardarsi indietro. Lei, invece, guarda avanti. E lo dice come dice quasi tutto: senza troppi riguardi per la forma, con quella miscela tutta sua di ironia, memoria e spudorata sincerità.

Partiamo dalla sua infanzia. Che bambina è stata Iva Zanicchi?

«Molto curiosa e molto, troppo, esageratamente timida. Non riuscivo neanche ad andare a comprare il giornale all’edicola per mio padre: tornavo indietro e dicevo che era finito. Poi lui lo scopriva e me le suonava. Non riuscivo proprio, era più forte di me. Però dentro avevo una smania di sapere, di conoscere. E fin da piccola volevo cantare. Non capivo bene come, quando, perché. Ma volevo stare sul palcoscenico».

Quando ha capito che quello sarebbe stato il suo posto?

«Al paese, tutti gli anni, veniva Ermanno Olmi. Allora era sconosciutissimo, lavorava per l’Edison e organizzava uno spettacolino per i paesani, con cantanti e comici. Io mi sono innamorata di quel mondo. Lì ho detto: basta, io devo fare quello. Poi Olmi sono andata a trovarlo trent’anni dopo, quando era diventato un grandissimo regista. Ma quella cosa, da bambina, mi era rimasta dentro».

Lei ha raccontato di essere nata con una fame che nessuno riusciva a placare. Dopo tutto quello che ha avuto, quella fame è passata?

«Quella da cibo sì. L’altra fame no, assolutamente. Nonostante la vecchiaia sono ancora piena di progetti. Non me ne frega niente dell’età: che sia quel che sia».

Quella fame comincia anche dal rapporto con suo padre?

«Mio padre voleva un maschio. Aveva già avuto due femmine e quando nacqui io, la terza, credo che mi abbia odiata: per tre giorni non volle neanche vedermi. Io penso che anche i bambini appena nati captino qualcosa. Mia madre raccontava che a due o tre mesi, quando mi staccava dal seno, diventavo nera e piangevo disperata. Arrivò una vecchia zia che aveva lavorato in ospedale, mi guardò e disse: “Questa bambina non è malata. Ha solo fame”. Andò in cucina, preparò il pancotto con la mollica di pane, l’olio e rigorosamente lo spicchio d’aglio, e me lo diede con un cucchiaino. Me lo mangiai tutto. Da quel momento mi placai».

Ma non diventò propriamente una bambina delicata.

«Macché. Io lavoravo con mio padre. Mia sorella maggiore era quella che si laccava le unghie di rosso e stava davanti allo specchio, anche se mia mamma gliele suonava. La seconda era una santa, faceva la sarta di famiglia. E allora chi andava nel bosco a tagliare la legna? Chi seminava le patate? Chi faceva da manovale a mio padre? Io. Lui diceva che ero forte come due uomini. Lavoravo come un asino. Tornavamo a casa e io lo battevo anche a tavola: una volta ho mangiato quattordici fette di polenta».

L’amore di suo padre, quello che forse era mancato all’inizio, è riuscita a recuperarlo?

«Assolutamente sì. Eravamo uguali io e lui. E poi ci univa una cosa fortissima: l’amore per mia madre. L’amava follemente e io ancora più di lui. Alla fine mi ha voluto molto bene, mi ha amata molto. L’ho tenuto qui a casa fino alla fine. È morto qui».

Prima del successo ci sono stati anche molti rifiuti. Lei però sembra non avere mai dubitato davvero di sé.

«Venivo da una famiglia molto semplice, non avevo niente. Ma dentro avevo una forza, una determinazione. Allora ero anche un po’ sensitiva. Sentivo che prima o poi la mia vita sarebbe cambiata. Non capivo quale strada avrei percorso, però ne ero sicura».

Eppure furono anni durissimi.

«Molto. Allora non c’erano cento strade per arrivare. C’erano Castrocaro e Sanremo. Vivevo da uno zio e pativo anche la fame perché dovevo mettere insieme i soldi per andare a lezione dal maestro. Lui era non vedente. A un certo punto capì che non avevo più i soldi e che per questo non volevo continuare. Lui e sua moglie mi chiamarono. Non mi disse: “So che non puoi pagare”. Mi disse: “So che non vuoi più venire a lezione. Puoi farlo. Però ricordati che tu, con la tua voce, sei la mia vista. Io vedo attraverso la tua voce”. Madonna, mi ammazzò. E poi lui e la moglie mi portavano piatti pieni di gnocco fritto perché avevano capito che avevo fame».

Poi arriva Sanremo. A un certo punto deve aver avuto l’impressione che tutto fosse diventato improvvisamente facile.

«Il primo anno, nel 1965, mi sbatterono fuori. Poi arrivarono gli anni delle vittorie. Avevo la sensazione che fosse tutto facilissimo. Pensavo: ovunque vado, vinco. Poi, naturalmente, ho scoperto che non era proprio così».

Qual è stato il prezzo personale di quel successo?

«Il prezzo più grande è stato allontanarmi da mia madre. Io avevo un attaccamento per lei che lei non può immaginare. Dovevo vivere per dei periodi a Milano e quella separazione mi pesava».

E sul piano artistico, invece, quel successo le ha imposto dei compromessi?

«Amavo il blues, il jazz, il gospel, ma i miei discografici non ne volevano sapere. Mi lasciarono fare Come ti vorrei, poi mi mandarono a Sanremo con altre cose e io sentivo di tradire un po’ i miei ammiratori e anche me stessa. Ma non avevo voce in capitolo, non avevo nessun potere. Poi ho diversificato tantissimo: ho fatto ricerca, inciso un disco di canzoni ebraiche antiche e moderne che considero forse il più bello della mia vita, e un altro ispirato a García Lorca. Allo stesso tempo, però, ho cantato anche canzoni estremamente popolari. Me lo sono potuto permettere, forse, ma oggi non lo consiglierei».

Tra gli incontri della sua carriera, quello con Theodorakis sembra averle lasciato qualcosa di particolare. Che uomo era?

«Dolcissimo. Una persona straordinaria. Un grandissimo artista, un grandissimo compositore. Scrisse per me canzoni bellissime, tra cui Fiume amaro, che tra le mie è stata quella che ha venduto di più, più di Zingara, più di qualsiasi altra. Ricordo quando gli feci ascoltare il disco. Tremavo. Pensavo: adesso magari mi dirà che non sono stata in linea con la sua musica, che non ho cantato bene. Invece lo ascoltò e pianse. Io pensai: avrà pianto dalla disperazione o perché gli è piaciuto? Dopo mi scrisse una dedica che ho pubblicato sul disco, ringraziandomi perché la mia voce aveva incontrato la sua musica. È stato uno degli incontri più belli della mia vita».

C’è un altro incontro che ricorda con la stessa intensità?

«Aznavour. Facemmo insieme un Senza Rete per la Rai. Io lo amavo. Aveva scritto delle cose straordinarie. Mi invitò in Germania, dove aveva un programma settimanale. Lì incontrai anche Caterina Valente, che era la mia cantante preferita. In seguito lo rividi in Francia, dove mi invitò a cantare in un bellissimo club privato».

E c’è anche un episodio meno solenne.

«Una sera, dopo lo spettacolo, mi disse: “Adesso ti porto in un locale, andiamo ad ascoltare un po’ di jazz”. Io ero una ragazzotta, abbastanza ingenua. Entriamo e dopo un po’ comincia uno spogliarello. Ma hard, proprio. Lui vide il mio disagio, si alzò subito e disse: “Andiamo, scusa, ho sbagliato locale”. E finimmo in una birreria (ride, ndr)».

Lei, Mina e Milva siete state trasformate nell’Aquila, nella Tigre e nella Pantera. Come se tre grandi donne dovessero necessariamente essere rivali. Lo siete mai state davvero?

«Non ho mai avuto rivalità con Mina. Quando entrai nella sua stessa casa discografica, lei era già Mina. Io ero una debuttante. Mina è stata veramente una cantante di rottura. Ha spezzato una tradizione. L’ho amata profondamente. Però essere nella stessa casa discografica significava anche competere per le canzoni. Gli autori arrivavano alla casa discografica e naturalmente cercavano Mina. Lasciavano le canzoni al suo entourage e magari restavano bloccate per mesi. Così le prime cose che cantai me le trovai da sola».

Poi arriva la televisione. Per anni con «Ok, il prezzo è giusto!» lei è entrata ogni giorno nelle case degli italiani. Che cosa le ha dato la tv che la musica non poteva darle?

«Una popolarità diversa. Una vicinanza alle famiglie. Ancora oggi incontro uomini di quaranta, quarantacinque anni che mi vogliono bene perché da ragazzini guardavano quel programma con i nonni».

All’inizio, però, lei non era così convinta di accettare.

«No. Fu Berlusconi a insistere. Non avevo mai fatto un programma in cui dovessi chiacchierare, presentare. Mi propose di provare per un paio di mesi e poi tornare alla musica. “È un’esperienza in più. Provi”, mi disse. Quei due mesi sono diventati anni. Lui vedeva lontano. Aveva capito che quella ragazzotta che faceva la cantante e aveva vinto Sanremo forse aveva anche le qualità per presentare un programma in modo molto semplice ed entrare nelle famiglie».

Berlusconi le dava del lei?

«Sempre, all’inizio. Abbiamo cominciato a darci del tu quando sono entrata in politica. Mi chiamò e disse: “Adesso basta, siamo colleghi, ci diamo del tu”».

Quanto manca oggi al Paese una figura come la sua?

«Tantissimo. E non è una sviolinata. Non sto parlando del politico, perché la politica divide, specialmente in Italia. Parlo dell’uomo e dell’imprenditore. Uno così non nasce più. Gli Agnelli avevano trovato la pappa già pronta; lui si era fatto da solo. E poi aveva una grandissima umanità, è stato l’uomo più generoso che abbia mai conosciuto. Chi l’ha conosciuto non può che rimpiangerlo».

Se potesse tornare indietro, rifarebbe la scelta di entrare in politica?

«Quel periodo lo rimpiango. È stato importantissimo perché mi hanno mandata in giro per il mondo. Sono stata in Congo, in Angola. Mi sono arricchita davvero, umanamente. Ho visto cose che, ogni volta che tornavo in Italia, mi facevano dire: “Signore, grazie di aver fatto nascere i miei figli e i miei nipoti qui”. Noi questo Paese lo detestiamo tanto, ma per me resta il più bel Paese del mondo».

Perché allora sconsiglia agli artisti di entrare in politica?

«Perché dopo ho fatto una fatica enorme a rientrare. Forse non ci sono mai riuscita fino in fondo, perché ero sempre marchiata da una parte politica».

Esiste l’aspettativa silenziosa che un artista debba necessariamente schierarsi dalla parte progressista?

«Assolutamente sì».

Il pubblico pensa di conoscerla perché l’ha vista cantare, vincere, ridere, fare televisione. Qual è la cosa più importante che gli altri credono di avere capito di lei e invece hanno frainteso?

«In realtà credo che ad avermi fraintesa sia una minoranza. La maggior parte delle persone ha capito che sono una donna sincera. Purtroppo sono troppo sincera. Dico sempre quello che penso e non va bene. Bisognerebbe essere un po’ più diplomatici. Pensi che avevo un nonno che chiamavano “il diplomatico”. E io non gli sono assomigliata per niente».