La crisi iraniana entra in una fase di massima tensione, con la repressione interna che si intreccia a un’escalation militare e diplomatica internazionale. Secondo l’ong Human Rights Activists in Iran, dall’inizio delle proteste sarebbero morte oltre 6mila persone, in larga parte manifestanti, tra cui almeno 100 minori. Più di 42mila gli arresti. Il regime degli ayatollah risponde con arresti, esecuzioni per spionaggio e una dura stretta contro artisti, registi e attivisti culturali.
Intanto gli Stati Uniti alzano la pressione. Donald Trump ha annunciato che una «flotta imponente», guidata dalla portaerei USS Abraham Lincoln, è pronta a intervenire contro l’Iran, ribadendo che il tempo per un accordo sul nucleare «sta per scadere» e minacciando attacchi «molto peggiori» rispetto a quelli del giugno scorso. Il segretario di Stato Marco Rubio ha definito il regime iraniano «più debole che mai», sottolineando il collasso economico come fattore chiave delle proteste.
Teheran respinge le minacce e nega di aver chiesto negoziati diretti con Washington. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ribadisce che «non si negozia sotto minaccia» e avverte che, in caso di attacco, l’Iran colpirà le basi Usa nella regione con una risposta «non proporzionata ma adeguata». Analoga la posizione della missione iraniana all’Onu, che richiama i costi umani ed economici delle guerre americane in Iraq e Afghanistan.
In Europa, il cancelliere tedesco Friedrich Merz afferma che il regime iraniano «ha i giorni contati», mentre l’Italia segue con attenzione l’evolversi della crisi per tutelare i propri cittadini nella regione. Egitto, Turchia e Qatar tentano una mediazione per riaprire il dialogo sul nucleare e favorire una de-escalation, mentre Ankara ha annunciato l’arresto di una presunta cellula di spionaggio iraniana.