Dopo dieci giorni di blackout quasi totale, il governo iraniano ha annunciato il ripristino completo di Internet tra oggi e domani, con lo sblocco progressivo anche delle piattaforme social. L’accesso a Google è già stato riattivato, mentre resta alta l’attenzione sul controllo delle comunicazioni, tema che ha portato al licenziamento dell’amministratore delegato di Irancell per essersi rifiutato di applicare il blocco.
Emergono accuse gravissime di abusi sui manifestanti arrestati: secondo fonti di Iran International, i detenuti sarebbero stati sottoposti a nudità forzata, esposizione al freddo, getti d’acqua gelida e iniezioni di sostanze sconosciute. Il bilancio delle vittime resta controverso: il Times parla di 16.500 morti, cifra smentita da Teheran che ne riconosce circa 5mila
La protesta ha raggiunto anche il fronte mediatico: diversi canali televisivi statali iraniani sono stati hackerati, trasmettendo immagini delle manifestazioni e appelli di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià, che dall’esilio negli Stati Uniti ha dichiarato di voler tornare in Iran per guidare un «nuovo percorso credibile» richiesto dal popolo.
Il presidente degli Stati Uniti ha invocato «una nuova leadership» per l’Iran, mentre la Guida suprema Ali Khamenei ha accusato Donald Trump di essere responsabile della rivolta. Il presidente iraniano Pezeshkian ha avvertito che un attacco diretto alla Guida suprema equivarrebbe a una “guerra totale”.
In questo clima, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi non parteciperà al Forum di Davos, ritenuto inopportuno dopo la repressione sanguinosa. Infine, cresce la solidarietà globale: María Corina Machado ha chiesto il rilascio immediato della Nobel per la Pace 2023 Narges Mohammadi, detenuta da oltre un mese, ribadendo che la lotta per i diritti umani unisce Iran, Venezuela e il resto del mondo libero.









