Le Province italiane si preparano a riprendersi il centro della scena politica. Dopo oltre un decennio di limbo istituzionale seguito alla riforma Delrio del 2014 – che aveva trasformato gli enti intermedi in istituzioni di secondo livello, privando i cittadini del diritto di voto e riducendo drasticamente fondi e competenze – il vento sta cambiando. Il punto di svolta è arrivato con l’approvazione in Senato della riforma costituzionale che reintroduce le Province in Friuli-Venezia Giulia. Non si tratta solo di una questione amministrativa locale, ma di un grimaldello politico che potrebbe scardinare l’attuale assetto nazionale. Il testo approvato prevede la costituzione di «enti di area vasta» con l’elezione degli organi di governo «in forma diretta». L’organizzazione pratica di queste nuove istituzioni sarà ora affidata alla Regione, guidata da Massimiliano Fedriga. La notizia è stata accolta con estremo favore dai presidenti delle attuali Province, che da anni denunciano le criticità del sistema vigente.
La posizione
Il ministro per le Riforme, Roberto Calderoli, principale promotore del ritorno all’elezione diretta a livello nazionale, vede nel voto di Palazzo Madama un precedente fondamentale: «Non è solo una concreta attuazione dell’autonomia di quella regione, ma è soprattutto la giusta conclusione di un percorso che vede il Parlamento rispondere a una richiesta precisa del territorio: avere istituzioni vicine ai cittadini. Enti locali di raccordo tra Comune, Regioni e Stato sono fondamentali. Mi auguro che l’elezione diretta sia del Presidente che del Consiglio provinciale possa essere lo spunto per far ripartire la riforma nazionale nell’interesse di tutti i territori».
Tuttavia, il fronte politico resta diviso. Se la maggioranza di centrodestra e l’Avs hanno votato a favore del provvedimento, il Pd e il Movimento 5 Stelle hanno espresso parere contrario, con l’astensione di Italia Viva. Le opposizioni criticano il rischio di un aumento dei costi della politica e una sovrapposizione di funzioni. Nonostante l’entusiasmo dei sostenitori, però, la strada per il ritorno al voto popolare nelle restanti province italiane resta in salita. Il nodo principale riguarda le coperture finanziarie e i tempi parlamentari: non è ancora chiaro se la riforma riuscirà a vedere la luce entro la fine della legislatura attuale.









