Il braccio di ferro è stato durissimo. E l’epilogo non scontato fino all’ultimo. È stata forse una delle giornate più lunghe per Giorgia Meloni, che decollava da Algeri per rientrare a Roma mentre Daniela Santanchè ufficializzava il suo passo indietro.
Perché «l’amicizia» conta di più, dice la ministra, anche se i rapporti erano logori da tempo: la premier si era sentita «delusa umanamente» dalla titolare del Turismo, coinvolta in troppi procedimenti giudiziari. Dopo le dimissioni di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi, con l’addio della ministra del Turismo Meloni chiude il cerchio spiegando la sua furia ai suoi con un definitivo «ho rimediato a degli errori».
Un giorno di tensione
Lei, Meloni, per buona parte della giornata è impegnata ad assicurare all’Italia approvvigionamenti di gas (senza scontare vertiginosi aumenti del prezzo) dagli «amici» algerini. E si intrattiene con il presidente Abdelmadjid Tebboune a lungo, più di quanto preventivato da protocollo, mentre a Roma la tensione è alle stelle. Lei si tiene in contatto coi suoi mentre Ignazio La Russa prosegue per tutto il giorno, di telefonata in telefonata, la sua moral suasion per convincere Santanché a rassegnare quelle dimissioni che la premier le ha chiesto ufficialmente e in modo totalmente inedito, con una nota ufficiale di Palazzo Chigi.
Uno scontro violentissimo, che non ha precedenti nella storia recente. Santanchè resiste, insiste, prova a chiedere garanzie che la premier non è intenzionata a concedere. «Ti devi dimettere e basta», il pugno duro con cui Meloni avrebbe affrontato la ministra.
L’epilogo e i papabili
Per tutto il giorno si rincorre ogni genere di voce. Mentre Meloni parte per Algeri Santanchè varca la soglia del ministero. E mentre lei è seduta a parlare fitto con Tebboune, a Montecitorio la sua maggioranza non oppone alcuna resistenza alla richiesta delle opposizioni di calendarizzare quanto prima la mozione di sfiducia. Se non dovesse bastare, si ipotizza addirittura una mozione del centrodestra per chiedere le dimissioni.
Nei capannelli in Transatlantico rimbalza il precedente di Filippo Mancuso, unico ministro sfiduciato dalla sua maggioranza nella storia repubblicana e la suggestione che anche Santanchè possa essere intenzionata ad arrivare fino al ricorso in Consulta in caso di un voto contro di lei da parte del centrodestra. Le dimissioni alla fine arrivano, poco dopo le 18. E subito parte la corsa al totonomi per sostituirla. Lei lo vorrebbe evitare ma è possibile, in realtà, che Meloni stessa prenda l’interim, almeno per qualche giorno.
Si fa il nome di Gianluca Caramanna, responsabile turismo di FdI e consulente di Santanchè al ministero. Ma c’è chi tira in ballo Lucio Malan, attuale presidente dei senatori di FdI, ricordando che il suo nome era circolato già in passato. Tra i papabili, oltre a una figura considerata tecnica come quella dell’ex presidente del Coni Giovanni Malagò, spunta pure il nome di Luca Zaia. Anche se i più osservano che una casella in più alla Lega inciderebbe sugli equilibri di maggioranza.