Il decreto sicurezza va avanti alla Camera, il governo pone la fiducia e si attende il varo definitivo entro venerdì. Intanto, la norma sugli incentivi per i rimpatri si corregge, ma non viene eliminata, annuncia Giorgia Meloni.
L’indicazione di Meloni
Dopo il caos alla Camera sull’emendamento per venire incontro agli appunti del Colle, sfumato in extremis, la premier indica la strada che intende seguire l’esecutivo: un decreto ad hoc da approvare in Cdm che raccolga i rilievi del Quirinale e degli avvocati. La presidente del Consiglio rigetta comunque al mittente le critiche e, anzi, rivendica il provvedimento complessivo: «Io non lo considero un pasticcio» e «la norma rimane perché è di buon senso e francamente mi stupisce quello che ho sentito dire dalle opposizioni in questi giorni».
La presidenza della Repubblica parlerà con gli atti, valuterà leggendo le carte, si racconta in ambienti parlamentari lasciando intendere che il Capo dello Stato avrebbe voluto la cancellazione della misura e potrebbe chiedere di leggere il testo del provvedimento correttivo anche prima del suo varo. Argomenti sui quali le bocche rimangono cucite al Quirinale. Nessuna indiscrezione filtra dal Colle al riguardo.
I dettagli sulla modifica
Intanto, emergono i primi dettagli del provvedimento correttivo, che potrebbe essere approvato in Consiglio dei ministri entro venerdì, in concomitanza con la conversione in legge del decreto sicurezza: allargherà la platea dei destinatari del contributo che verrà elargito non solo agli avvocati ma anche ai mediatori e alle associazioni. E anche se la pratica di rimpatrio volontario non va a buon fine. Questo ovviamente farà crescere l’entità delle coperture necessarie.
Un dettaglio non indifferente che – secondo alcune ricostruzioni – avrebbe influenzato anche la scelta finale di non procedere con un emendamento, più immediato, al decreto sicurezza. Ma la sottosegretaria ai Rapporti col Parlamento, Matilde Siracusano, non ha dubbi: l’emendamento è saltato perché «sarebbe stato estremamente complesso arrivare a un accordo» con le opposizioni per il via libera finale al Senato. Si sarebbe trattato di una terza lettura, sabato 25 aprile (data di scadenza del decreto). Con il rischio di far evaporare tutto il provvedimento. La situazione caotica che si era creata in commissione, dove fino alle 22.30 di lunedì era atteso l’emendamento correttivo, poi abortito, inevitabilmente si è scaricata nel successivo, duro, dibattito politico.
La responsabile Giustizia del Pd, Debora Serracchiani, tira in ballo Ignazio La Russa accreditando una ricostruzione secondo cui il no all’emendamento sarebbe stato dettato «dalla risposta del presidente del Senato, che avrebbe riferito al governo di non essere in grado di far rientrare i senatori di maggioranza per approvare il provvedimento in terza lettura». «Si informi meglio la prossima volta o espliciti le sue sballate fonti», ribatte Emiliano Arrigo, portavoce di La Russa. Le opposizioni danno battaglia in Aula a Montecitorio, chiedendo sin dal mattino chiarezza sulle mosse del governo.
Dopo una lunga sequela di interventi critici, i deputati di centrosinistra decidono di «occupare» i banchi del governo nell’emiciclo di Montecitorio, circostanza che prelude a una sospensione della seduta. C’è «uno scontro aperto tra governo e Quirinale. Siamo al paradosso» della «Camera chiamata a votare una norma incostituzionale, per poi correggerla dopo con un nuovo decreto», attacca la segretaria del Pd Elly Schlein. Per il leader del M5S Giuseppe Conte la maggioranza ha «creato un cortocircuito istituzionale».