Non saranno mai la regola, ma l’eccezione – forse più frequente del passato – non è più un tabù, nemmeno per Berlino. Ora che la sfida di Donald Trump incombe e l’assertività di Pechino si fa ogni giorno più pressante, l’urgenza costringe tutti i leader Ue a guardarsi allo stesso specchio. E il terreno, lentamente, si muove anche sotto il dossier, nella definizione di Giorgia Meloni, tra «i più divisi» di tutti: gli eurobond.
Nel castello di Alden Biesen, fortezza medievale a pochi chilometri dalla città-simbolo di Maastricht, i Ventisette non hanno preso decisioni ma hanno aperto qualche spiraglio per rimettere mano alle fondamenta dell’Europa. Questa volta il muro contro muro è meno rigido alla luce dall’urgenza del quadro economico e geopolitico. «Non ci sono più tabù», ha evidenziato Macron, ricordando i passi fatti con il via libera a dicembre – senza l’appoggio di Ungheria, Slovacchia e Repubblica ceca – al debito comune per il prestito da 90 miliardi di euro a Kiev e con lo strumento Safe per gli appalti congiunti nella difesa. «Per innovare servono più finanziamenti pubblici, è un dato di fatto, che piaccia o no», ha scandito il presidente francese, forte anche dell’assenso di Meloni che su questo punto resta intatto.
«Personalmente sono favorevole», ha detto la premier, marcando l’unica distanza che la separa dalla visione dell’alleato tedesco Friedrich Merz. A dispetto dell’apertura del governatore della Bundesbank, Joachim Nagel, la linea del cancelliere non cambia: «Non posso approvare gli eurobond», ha ribadito, relegando l’emissione comune «all’eccezione».
Eppure, ha riconosciuto il cristiano-democratico, «l’epoca è nuova» e il finanziamento delle iniziative pubbliche è diventato «centrale». La via, nella sua visione, passa però dal prossimo bilancio europeo 2028-2034, non da nuovi eurobond. Una linea condivisa dal premier olandese uscente Dick Schoof, pronto a cedere tra dieci giorni il testimone al progressista Rob Jetten, che bolla l’emissione condivisa come «un fardello sulle spalle delle prossime generazioni».










