L’accesso alle cure in Italia non è più un diritto garantito per tutti, ma un percorso ad ostacoli che mette a rischio il portafoglio delle famiglie. A scattare la fotografia di un Servizio Sanitario Nazionale (Ssn) sempre più in affanno è l’ultimo report della Fondazione Gimbe, che analizza i dati dell’area Ocse per il 2025. I numeri mostrano un quadro sconfortante: l’Italia destina alla sanità pubblica solo il 6,2% del Prodotto Interno Lordo (Pil), in calo rispetto all’anno precedente e ben lontano dalla media europea del 7,1%. Nella classifica dell’Unione Europea ci posizioniamo al 15esimo posto, superati da Paesi come Repubblica Ceca, Slovenia e Polonia, mentre nel G7 restiamo desolatamente all’ultimo posto.
Tradotto in cifre, la spesa pubblica per abitante è di 3.952 dollari, contro una media europea di quasi 5.000 dollari. Per pareggiare i conti con il resto d’Europa mancano all’appello oltre 36 miliardi di euro: una voragine scavata da quindici anni di tagli e mancati investimenti.
Le conseguenze di questo definanziamento non sono teoriche, ma colpiscono la vita quotidiana dei cittadini. Le liste d’attesa interminabili, i pronto soccorso intasati e la carenza di medici di base spingono sempre più persone verso la sanità privata. Chi non può permettersi di pagare di tasca propria si trova costretto a rinunciare alle cure: nel 2024 è successo a 5,8 milioni di italiani, quasi uno su dieci.
A lanciare l’allarme è anche l’Unione Europea, che segnala come il crollo della sanità pubblica non sia più solo un’emergenza sanitaria, ma una minaccia diretta alla tenuta economica e all’equità sociale del Paese. Resta inoltre l’incognita sui fondi del Pnrr dedicati alla medicina di territorio: il rischio concreto è quello di inaugurare nuove strutture che rischiano di rimanere “scatole vuote” senza il personale necessario per farle funzionare
