Quella di George Clooney con la Mostra del Cinema di Venezia è una lunga, appassionata storia d’amore. Da più di vent’anni il volto dell’attore americano rappresenta una sorta di estensione riconoscibile, fisica e mediatica, della kermesse lagunare, ideale per incarnarne l’anima glamour ma anche la vocazione alla ricerca di nuovi protagonisti nel panorama del cinema contemporaneo.
Il percorso dell’attore, premiato con il Leone d’Oro alla Carriera, è infatti un perfetto ircocervo tra ruoli più vicini al cinema di consumo e sortite verso il cinema d’autore, anche dietro la macchina da presa. Cominciata con piccoli ruoli per la televisione e partecipazioni a film non memorabili, la carriera di Clooney conosce la svolta nel 1994 con la serie E.R. – Medici in prima linea in cui l’attore indossa il camice bianco del pediatra Doug Ross. Il ruolo gli assicura la popolarità presso il grande pubblico e il telefilm va avanti per ben 15 stagioni, con l’uscita di scena di Clooney dopo la quarta per dare avvio al suo percorso di regista. Nel frattempo inizia ad essere scoperto da autori molto diversi, come Robert Rodriguez e Terrence Malick, che si accorgono del suo talento capace di attraversare ruoli e generi con naturalezza.
Dietro la cinepresa
Sono però le collaborazioni con due importanti poli artistici del cinema post-moderno americano a cavallo tra secondo e terzo millennio ad influenzare maggiormente il percorso del Clooney regista e ad ispirare il suo stile in formazione. La prima è quella con Steven Soderbergh, eminenza grigia del cinema indipendente americano e regista di quella trilogia di Ocean che lo vede ricostituire un rat-pack con gli amici Matt Damon e Brad Pitt, e quella con i fratelli Joel e Ethan Coen, che nel 2000 lo dirigono nella commedia Fratello, dove sei? e poi in altri tre film, più o meno riusciti, che ne esaltano carisma e versatilità.
Il primo vero exploit di Clooney alla Mostra del Cinema arriva nel 2005, quando trova la sua cifra espressiva dietro la macchina da presa con Good Night, and Good Luck. Il suo secondo lungometraggio da regista, presentato in anteprima al Lido, entusiasma la giuria presieduta da Dante Ferretti e si aggiudica due premi di peso come l’Osella d’Oro per la migliore sceneggiatura e la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile, consegnata a David Strathairn. Nello stesso anno riceve dall’Academy l’Oscar per il migliore attore non protagonista nel film Syriana diretto da Stephen Gaghan. Un riconoscimento prestigioso per un ruolo di spessore, che avvicina la figura di Clooney a cause umanitarie e a numerose battaglie di impegno civile, su tutte quella per il Darfur.
Glamour e impegno civile
In due occasioni il suo volto, nel frattempo diventato vero e proprio brand in svariate campagne pubblicitarie, ha aperto la kermesse lagunare. Da sempre vicino al Partito Democratico e più volte dato come possibile candidato alla Presidenza, con il thriller civile Le Idi di Marzo ha inaugurato il Festival nell’edizione del 2011, mentre nel 2013 la Mostra si è aperta con il 3D sci-fi di Gravity, film diretto da Alfonso Cuarón che vede Clooney alla deriva nello spazio profondo insieme a Sandra Bullock. Anche nel più recente passato il Lido di Venezia è stato luogo di celebrazione della sua carriera: soltanto un anno fa, nella edizione 2025 della Mostra, il film meta-cinematografico di Noah Baumbach Jay Kelly ha analizzato il ruolo dell’attore all’interno del cinema e della società contemporanea, attraverso il ritratto di una star di Hollywood in declino che ha il volto malinconico di un Clooney ormai sessantenne. Il film di Baumbach, non a caso girato in parte in Italia, si conclude con la proiezione di un montaggio celebrativo dei ruoli più significativi interpretati da un Kelly-Clooney, che commosso osserva la sua vita scorrere su pellicola. La presenza del film alla Mostra sembrava inevitabile, ideale preludio al premio che Clooney riceve in questa edizione.
Venezia luogo del cuore
La relazione con il festival accompagna da anni quella tra l’attore e l’Italia. Le cronache mondane raccontano che tutto sia cominciato sul finire degli anni 90 con l’ingresso della star in un giro di bon vivant milanesi e con le nottate meneghine trascorse in allegra compagnia tra la discoteca Hollywood e l’Hotel Gallia di Piazza Duca D’Aosta. Un periodo di ritrovato amore per la vita che gradualmente aiutò Clooney ad uscire da una grave crisi personale, legata alle ricorrenti cefalee a grappolo per cui l’attore avrebbe dichiarato di essere stato più volte vicino al suicidio. Da lì in poi, con l’acquisto della splendida Villa Oleandra sul Lago di Como dalla vedova del re del Ketchup Heinz, Clooney avrebbe trovato una ideale base logistica a due passi dall’aeroporto di Malpensa e ne avrebbe fatto il suo buen retiro. La relazione con Elisabetta Canalis ed il matrimonio celebrato in Laguna con la giurista e attivista libanese Amal Alamuddin avrebbero poi contribuito a cementare ulteriormente il legame tra l’attore ed il nostro paese. Si può dire senza vergogna, insomma, che l’Italia l’abbia salvato.
Oggi i due figli nati dal matrimonio con la Alamuddin, i gemelli di nove anni Ella e Alexander, parlano correntemente la nostra lingua. A differenza del padre, che non si è mai applicato troppo per impararla e che ogni tanto buca la comprensione di qualche affettuoso insulto sussurrato in italiano della prole. Perché anche un Leone d’Oro del calibro di George Clooney può ritrovarsi, ogni tanto, a ricoprire il ruolo di un papà rompiscatole.
