Gabriel Valdez Velazco, 57 anni, ha confessato stamattina nel carcere di San Vittore la violenza sessuale e l’omicidio della 19enne Aurora Livoli, avvenuti tra il 28 e il 29 dicembre in via Paruta a Milano.
L’autopsia, eseguita sulla salma di Aurora Livoli, ha confermato che la ragazza è stata strangolata a mani nude durante l’aggressione.
Secondo quanto riferito dal suo legale, l’avvocato Massimiliano Migliara, l’uomo ha ammesso le proprie responsabilità pur in presenza di un quadro inizialmente solo indiziario. «C’è stata un’ammissione dei reati, dell’omicidio e del rapporto sessuale» ha dichiarato il legale, aggiungendo che Velazco avrebbe incontrato la vittima perché lei cercava aiuto per comprare delle sigarette.
Il 57enne, di origini peruviane, ha riferito di aver agito sotto l’effetto di alcol e cocaina e di non essersi accorto immediatamente del decesso: «Riteneva che la ragazza fosse assopita, è rimasto a vegliarla e l’ha coperta con un giubbotto». Solo il giorno successivo, attraverso i giornali, avrebbe compreso la gravità dell’accaduto.
La difesa ha inoltre sottolineato un «notevole problema di percezione della realtà» dell’indagato, pur non avendo ancora avanzato formale richiesta di perizia psichiatrica.
Al momento Velazco si trova in stato di detenzione per altri episodi di rapina e lesioni, ma nelle prossime ore la Procura depositerà al gip la richiesta di custodia cautelare specifica per l’omicidio e la violenza sessuale.
Aurora Livoli era nata a Roma e risiedeva a Latina; si era allontanata da casa il 4 novembre scorso e la famiglia ne aveva denunciato la scomparsa. I genitori adottivi hanno riconosciuto il corpo presso l’Istituto di medicina legale e hanno lasciato fiori bianchi sul luogo del ritrovamento con un messaggio: «Con amore immenso alla gioia di mamma e papà, Aurora nostra».
Con il coordinamento del procuratore di Milano, Marcello Viola, gli inquirenti stanno valutando se contestare all’uomo per la prima volta il nuovo reato di femminicidio che punisce con l’ergastolo chiunque causi la morte di una donna con “atto di odio o di discriminazione o di prevaricazione” o “come atto di controllo o possesso o dominio in quanto donna, o in relazione al rifiuto della donna di instaurare o mantenere un rapporto affettivo o come atto di limitazione delle sue libertà individuali”.










