Nessuna corsa alle scorte di petrolio, almeno per ora. Europa e Nord America non sono di fronte a un’emergenza nelle forniture. Ma nelle capitali occidentali resta viva la consapevolezza che gli equilibri possono cambiare rapidamente e che le riserve restano l’ultima linea di difesa per evitare uno shock energetico. I ministri dell’Energia del G7, riuniti in videoconferenza, hanno scelto di non forzare i tempi: l’ipotesi di ricorrere agli stock petroliferi resta sul tavolo, ma prima servirà un quadro più chiaro sull’impatto della crisi nel Golfo. A offrirlo sarà l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie), incaricata dai sette Grandi di preparare scenari aggiornati sull’andamento delle scorte e sugli effetti di un eventuale intervento coordinato.
«Oggi negli Stati Uniti, in Canada o in Europa non abbiamo alcun problema di approvvigionamento», ha cercato di rassicurare il ministro francese delle Finanze, Roland Lescure, facendo appello a «stabilizzare» i prezzi. Ma lo stesso non vale ovunque. Il quadro, ha ammesso il titolare di Bercy, è più fragile in Giappone, dove la dipendenza dalle rotte del Golfo pesa molto di più: «Il 90% dell’import di petrolio giapponese passava da Hormuz».
Uno scenario davanti al quale la risposta internazionale, ha sottolineato il commissario europeo all’Energia Dan Jorgensen, dovrà muoversi nello spirito di «solidarietà» tra partner e sotto l’egida dell’Aie, chiamata a valutare anche quante scorte potrebbero essere immesse sul mercato se la situazione dovesse precipitare. I numeri ricordati dal direttore dell’Agenzia, Fatih Birol, descrivono il margine a disposizione dell’Occidente: 1,2 miliardi di barili di riserve strategiche nei Paesi membri, a cui se ne aggiungono circa 600 milioni detenuti dal settore privato. Un cuscinetto che consente ancora alle economie occidentali di monitorare senza intervenire subito.
In Europa però il timore è di rivivere il calvario seguito all’invasione russa dell’Ucraina, soprattutto dopo aver sostituito una parte della dipendenza dal gas russo con le forniture del Qatar. Le pressioni per adottare misure straordinarie, rilanciate anche dall’Italia per bocca del ministro Giancarlo Giorgetti, per ora si scontrano però con la linea della cautela. Nel 2022 Bruxelles allentò le regole sugli aiuti di Stato, introdusse il tetto al prezzo del gas e sospese il Patto di stabilità per dare ossigeno alle economie continentali travolte dall’impennata dei costi.
Ma «al momento», nella lettura dei vertici comunitari, la crisi «non è così grave». «Dobbiamo valutare ulteriormente la situazione e questo sarà possibile solo quando il quadro sarà più stabile», ha frenato il ministro delle Finanze di Cipro, Makis Keraunos, sostenuto anche dal commissario europeo all’Economia, Valdis Dombrovskis. Il messaggio è univoco: se serviranno interventi saranno «mirati e temporanei», ha indicato la vicepresidente Ue Teresa Ribera, avvertendo che misure d’emergenza non devono trasformarsi nella «nuova normalità», rischiando di deviare la rotta della transizione verde.
Un monito che mette in luce come sotto la crisi del momento ci sia un problema più profondo: l’Europa continua a fare i conti con prezzi dell’energia, soprattutto dell’elettricità, «rimasti strutturalmente troppo alti», è tornata a martellare Ursula von der Leyen, che da mesi ripete come il fronte energetico rappresenti una delle principali zavorre per la competitività continentale. La prossima settimana sarà lei a portare il dossier sul tavolo dei leader Ue riuniti a Bruxelles. Palazzo Berlaymont ha già iniziato a muoversi, presentando a Strasburgo un primo pacchetto di linee guida contro il caro energia, con l’invito ai governi nazionali ad agire sulle bollette: cambi di fornitore più rapidi, contratti più flessibili, sgravi e maggiore trasparenza per i consumatori.









