Lo scorso aprile, Barbara Bouchet ha vinto il premio come migliore interpretazione femminile al «Bif&st» 2026 (l’importante «Bari International Film&Tv Festival»), conferito per il suo ruolo nel film «Finale: Allegro» di Emanuela Piovano, un film che affronta temi come l’omosessualità femminile e l’eutanasia. «A 82 anni, mi è venuto da ridere. Dopo 133 film! Ma la commedia non viene considerata. Serviva un film drammatico, l’ho fatto ed ecco il premio».
Ma questo film per Barbara ha una valenza più importante della sua carriera, e lo rivela ora a noi per la prima volta: «È stata la celebrazione di una donna determinante nella mia vita e che ora non c’è più, mia sorella Karina, che per i suoi ultimi vent’anni è vissuta con me, poi il cancro l’ha colpita, ed è iniziato un calvario fatto di operazioni, chemio, radio. Una cura che si è trasformata in un accanimento terapeutico. Per questo il tema dell’eutanasia di questo film, che in Italia è ancora così dibattuto, mi ha particolarmente coinvolta. E non è un caso che la protagonista, da me interpretata, si chiama Karina, come mia sorella: l’ho voluta chiamare io così e la regista ha accettato».
Karina era più grande di te?
«No, tre anni più piccola. Ho visto tutta la sua sofferenza. All’ospedale dormivo per terra accanto a lei, sdraiata su un tappetino, di quelli per fare ginnastica. So cosa vuol dire accanimento. Sono passati sette anni, ma il ricordo è bruciante».
Il lavoro è una grande medicina: dopo «Finale: Allegro», hai recitato anche in «Non è la fine del mondo» di Valentina Zanella.
«È parte di quello che ho fatto negli ultimi dieci anni: accettare ruoli piccoli, anche con poco compenso. Mi sono ritirata a 39 anni, sì, perché ho detto “tra poco sono 40, il simbolo del sesso non va più bene”. Me ne sono andata prima che me lo dicessero gli altri, ho giocato d’anticipo. E quindi per vent’anni sono rimasta fuori dal cinema, facendo palestra, un altro figlio, un’altra vita».
Ma poi Martin Scorsese ti ha voluta in «Gangs of New York», era il 2002, tu eri ancora sposata con Luigi Borghese, il produttore.
«Era per un piccolo ruolo, ma quando è arrivato Scorsese, mia sorella mi disse: “Ma che dici, davvero vuoi rientrare con lui?”. Ho detto: “Non sarebbe una cattiva idea”. C’era questo piccolo ruolo, con poche battute, e lui è stato molto gentile e mi ha ringraziata per averlo accettato. Io gli ho detto: “Con te, anche senza dialoghi, figurati!”. Poi era Gangs of New York, un capolavoro, e così sono tornata. Ma il mondo del cinema era cambiato: la Tv ha preso il sopravvento».
Tu adesso vivi sola? Hai due figli Alessandro e Massimiliano Borghese. Alessandro è una star tv con le sue trasmissioni di cucina, e a una di queste hai appena partecipato come giudice.
«Sì, vivo sola. Alessandro vive a Milano con la sua famiglia e Max a Roma con la compagna. Alessandro è diventato uno chef famoso e uno showman. Io sono stata la prima a sorprendermi: a casa non cucinava mai! Poi ho scoperto che cucinava per gli amici quando non c’ero».
Dopo il premio al «Bif&st» 2026 di Bari, ti si apre forse una nuova carriera.
«Chissà! Intanto non rinnego nulla: i miei film li danno ancora in Tv, anche tre di seguito nel weekend».
Sdoganati da Quentin Tarantino, che è un tuo fan.
«Sì, ha sdoganato quello che lui ha battezzato i B-movie. Lui li ha nobilitati, mi ha citata più volte come una delle sue attrici preferite tanto da avermi invitata a Venezia, spezzando il pregiudizio dell’epoca contro la commedia italiana. È cambiato tutto. Sono cambiata anch’io».
