Ci sono luoghi che non finiscono mai davvero di esistere. Restano sotto pelle, come una lingua madre o un ricordo che non si lascia mettere a fuoco. Alamar, per la violoncellista cubana Ana Carla Maza, è uno di questi: un quartiere dell’Avana, certo, ma soprattutto una traiettoria familiare, una storia di esilio e di ritorno, qualcosa che continua a muoversi anche quando sembra lontano.
Il nuovo disco porta questo nome e ne conserva la tensione: non un semplice omaggio alle origini, ma un tentativo di trasformarle. In «Alamar» la musica si fa essenziale, diretta, come se ogni brano cercasse una propria luce, una propria temperatura emotiva. Il violoncello, che nella sua scrittura non è mai uno strumento «classico», diventa corpo, respiro, ritmo. In tournée in Italia nelle prossime settimane – dall’Auditorium Parco della Musica di Roma al Blue Note di Milano – Maza porta in scena un lavoro che tiene insieme memoria e movimento, senza mai scegliere davvero tra le due.
Alamar è un luogo reale, ma nel disco sembra diventare qualcos’altro. Quando ha capito che poteva essere il centro del progetto?
«È il mio modo di trasformare la mia storia in musica, tra radici, libertà ed emozione. Alamar è il luogo dove sono nata, all’Avana, ma è anche molto più di questo. È uno spazio carico di memoria, legato alla storia dell’esilio cileno. Mio padre e mia nonna sono stati esiliati dopo il colpo di Stato e sono arrivati a Cuba in un edificio che ha accolto più di 180 bambini cileni. Anni dopo, io sono nata proprio lì. È una storia di identità e di trasmissione. Con questo disco ho voluto trasformare questa memoria in qualcosa di luminoso. Cuba è sempre presente, ma il disco è anche il risultato dei miei viaggi, degli incontri, delle esperienze. È un equilibrio tra radici e apertura».
Lei è cresciuta in una famiglia di musicisti. Questo facilita o complica la ricerca di una voce propria?
«È stato naturale, ma anche necessario costruire qualcosa di personale. Sono cresciuta in un ambiente dove la musica era parte della vita quotidiana, quindi esprimermi è stato spontaneo. Ma trovare la mia voce ha richiesto tempo, ricerca. È sempre un atto di libertà. Allo stesso tempo, la mia famiglia e i miei maestri sono stati fondamentali. Mi hanno dato strumenti, sensibilità e fiducia. Non è stata una rottura contro qualcosa, ma un movimento verso ciò che sono».
Nella sua musica il violoncello sembra perdere ogni rigidità classica. Quando ha iniziato a sentirlo davvero suo?
«Proprio perché non è uno strumento tipico della musica latina, mi interessa usarlo per creare qualcosa di nuovo. Il violoncello è la mia voce. Diventa libero, entra nel ritmo, nel corpo. È uno strumento che danza, che canta. Lo porto nella pulsazione della musica cubana, fino a farlo diventare anche ritmico, quasi percussivo. È lì che nasce un dialogo tra due mondi: la profondità della musica classica e l’energia della musica latina. È questo contrasto a rendere la mia musica unica».
Oggi la parola «contaminazione» è ovunque. Nella sua musica, però, non suona mai come un artificio. Da dove nasce questa naturalezza?
«Per me non è una fusione costruita, è qualcosa di naturale. Non parto dai generi, parto dall’emozione. La musica non è una somma di stili, è un linguaggio vivo. Se è sincera, non suona mai forzata. È semplicemente il riflesso del mio percorso, delle mie radici e dei miei viaggi».
«In Alamar» ogni brano sembra nascere già con un’identità molto precisa. È qualcosa che esiste fin dalla scrittura?
«Sì, nasce già lì. Quando compongo, non penso solo alle note, ma a una direzione emotiva molto chiara. Ogni brano ha una luce, un colore, una vibrazione fin dall’inizio. Poi, nella registrazione, questa luce si trasforma, si affina, ma la sua essenza è già presente. È qualcosa di intuitivo, ma anche molto consapevole».
Rispetto ai dischi precedenti qui sembra esserci una maggiore sottrazione. È una scelta?
«È un’evoluzione naturale. C’era già questa ricerca, ma qui tutto è più essenziale, più diretto. Ho trovato un linguaggio più chiaro e più sincero. La coerenza è nell’energia, nella libertà e nel non voler mai separare i mondi musicali».
Quando capisce che un brano ha raggiunto la sua forma compiuta?
«C’è sempre un momento in cui bisogna lasciarlo andare. Ma allo stesso tempo la musica non è mai completamente finita. Ogni volta che la suono dal vivo, cambia, respira, si trasforma. Esiste una fine nel processo di creazione, ma non nella vita della musica. La musica continua a vivere».
Se dovesse trovare un’immagine capace di tenere insieme tutta la sua musica, quale sarebbe?
«Direi il viaggio. Non solo geografico, ma interiore. La mia musica è un movimento continuo tra memoria, identità ed emozione. Se penso a un’immagine, vedo il mare: separa e unisce allo stesso tempo. Questo è il senso di ciò che faccio, costruire ponti tra mondi diversi, tra radici e libertà».










