Una busta con all’interno un foglio contenente tre proiettili è stata recapitata oggi nel primo pomeriggio nello studio padovano dell’avvocato Giovanni Caruso, legale difensore di Filippo Turetta, condannato ieri all’ergastolo per il femminicidio di Giulia Cecchettin.
Ad allertare la Questura sarebbe stato lo stesso avvocato che ha aperto la busta, trovando le cartucce all’interno. Sul posto si sono recati gli agenti della squadra mobile e della Digos di Padova mentre per le analisi tecniche è intervenuto il personale del gabinetto provinciale della polizia scientifica, operativo per Padova.
Le parole di Elena Cecchettin
La sentenza giudiziaria «non toglie nemmeno il dolore e l’ansia che ho dovuto subire io personalmente in quanto persona vicina a Giulia. Inevitabilmente le persone intime alla vittima vengono trascinate negli stati di ansia e turbamento. Chiaramente non sto insinuando che il dolore che abbia provato Giulia sia paragonabile, tuttavia è giusto ricordare che il non riconoscimento dello stalking è una mancanza di rispetto anche alla famiglia della vittima». Così Elena Cecchettin, sorella di Giulia, in una storia su Instagram all’indomani della sentenza che ha condannato Filippo Turetta all’ergastolo per la morte della 22enne.
«Il non riconoscimento dello stalking (non parlo nemmeno dell’altra aggravante – la crudeltà ndr – perché si commenta da sola la situazione) è una ennesima conferma che alle istituzioni non importa nulla delle donne. Sei vittima solo se sei morta. Quello che subisci in vita te lo gestisci da sola – scrive ancora Cecchettin -. Quante donne non potranno mettersi in salvo dal loro aguzzino se nemmeno nei casi più palesi non viene riconosciuta una colpa», prosegue la storia.
«Sapete cosa ha ucciso mia sorella? Non solo una mano violenta, ma la giustificazione e il menefreghismo per gli altri stadi di violenza che anticipano il femminicidio. Chi sostiene che tanto la condanna sarebbe stata la stessa anche con le altre due aggravanti non ha capito nulla. Se nulla può portarci indietro Giulia quantomeno può fare la differenza per altre donne nel futuro. Sì, fa la differenza riconoscere le aggravanti perché vuol dire che la violenza di genere non è presente solo dove è presente il coltello o il pugno. Ma molto prima. E significa che abbiamo tempo per prevenire gli esiti peggiori. È facile rinchiudere in cella per sempre una persona lavandosene le mani poi e dicendo di aver fatto giustizia. Ma è questa la vera giustizia? Se non iniziamo a prendere sul serio la questione tutto ciò che è stato detto su Giulia che doveva essere l’ultima sono solo parole al vento», conclude Elena.