Il busto del Cristo Salvatore, custodito nella Basilica di Sant’Agnese fuori le mura a Roma, è opera di Michelangelo Buonarroti.
La “riattribuzione” al Buonarroti è stata presentata in una conferenza stampa dalla ricercatrice Valentina Salerno, autrice dei nuovi studi, e dall’Ordine dei Canonici Regolari Lateranensi che regge il complesso monumentale.
La scoperta, definita un vero “giallo storico“, è il risultato di un’analisi documentale serrata che ha ricomposto il legame tra il maestro e la scultura.
Non si tratta solo di un’opera sacra: il volto ritrovato è in realtà il ritratto giovanile di Tomaso De’ Cavalieri, nobile romano e carissimo amico dell’artista, risalente al 1.534 circa. La corrispondenza stilistica con altri ritratti del De’ Cavalieri eseguiti da Michelangelo, come la “Testa divina” di Oxford, ha fornito la conferma definitiva dell’identità del soggetto.
La linea del tempo e il “nascondiglio” a San Pietro in Vincoli
La ricostruzione storica parte dal 1.564, anno della morte di Michelangelo. Secondo quanto emerso dagli studi di Valentina Salerno, l’artista aveva pianificato di lasciare i propri beni alla Compagnia del Santissimo Sacramento per favorire lo studio dell’arte.
Per proteggere il lascito, le opere furono inizialmente occultate in una stanza segreta a San Pietro in Vincoli, sotto la custodia dei Canonici Lateranensi.
Il busto riemerse solo nel 1.584, dopo la scomparsa di Tomaso De’ Cavalieri. Fu il cardinale Alessandro Medici (futuro papa Leone XI) a trasferire l’opera nel proprio studiolo privato all’interno del complesso di Sant’Agnese.
Dal crollo del 1.855 all’oblio post-bellico
La storia del manufatto si intreccia con un episodio drammatico avvenuto il 12 aprile 1.855, quando papa Pio IX, in visita alla basilica con la corte pontificia, sopravvisse miracolosamente al crollo di un solaio. Nei successivi lavori di restauro ordinati dal Pontefice, lo studiolo dei Medici venne smantellato e il busto fu spostato in una cappella della navata destra.
Da quel momento, una serie di errori di inventario e lacune bibliografiche hanno cancellato la firma del Buonarroti. Nel secondo dopoguerra, la memoria dell’autografia michelangiolesca andò quasi perduta, portando gli studiosi ad attribuire erroneamente il lavoro al Franciosino (già autore della statua di Sant’Agnese).