Categorie
Cultura e Spettacoli Italia

De Piscopo, 80 anni di groove e libertà: «Vivo per la musica, se smetto muoio»

Sanremo lo ha accolto come si accoglie un vecchio amico. Quando Tullio De Piscopo ha attaccato le prime note di Andamento Lento con LDA e Aka 7even, il pubblico si è alzato in piedi. Un plebiscito di applausi. «Quel brano non muore mai», dice oggi il batterista napoletano, che ha appena compiuto ottant’anni e continua a vivere la musica come una questione di vita. Tra aneddoti, riflessioni intime, un tour e un nuovo singolo in arrivo, De Piscopo racconta una carriera che attraversa mezzo secolo di musica italiana.

De Piscopo, partiamo da Sanremo. Che effetto ha fatto tornare su quel palco con Andamento Lento?

«È stata una performance molto forte. Sin dalla prima nota il pubblico era incredibile: tutti in piedi, con una voglia enorme di Tullio e di quel brano storico. Andamento Lento non muore mai. Lo dice anche il testo: picchio sempre forte. E infatti è stato un trionfo, su quei tamburi che parlano di amore e di storia».

Si dice sempre che dormire molto sia uno dei segreti per restare giovani. Eppure ho letto che lei dorme pochissimo.

«È vero. E nei silenzi notturni compongo. A volte con la bocca, con i denti: faccio i ritmi così, e poi quando mi alzo li metto sul pentagramma. Stanotte  pensavo a mio padre, Giuseppe De Piscopo, detto “il Saggio”, un grande musicista. Ho fatto un calcolo: lui è morto a sessantotto anni. E allora ho pensato che io ho superato quella soglia. Quando siamo giovani, quelli di cinquanta anni ci sembrano vecchi. Immagina adesso che ne ho appena fatti ottanta».

Eppure tiene ritmi incredibili.

«È tutto grazie alla musica. A Sanremo è successo qualcosa di incredibile: un plebiscito di ragazzini che gridavano il mio nome per le strade mentre andavo a fare le interviste. Non me lo aspettavo un affetto così grande».

Come ha ritrovato il Festival?

«Troppo frenetico. Bisognerebbe andare più piano. Mettiamolo in moto questo “andamento lento”, perché oggi c’è troppa frenesia: metal detector ovunque, gente che corre avanti e indietro».

Lei  Sanremo la conosce bene.

«Molto bene. Io lavoravo qui già nel 1963, avevo diciotto anni e suonavo la batteria nel nightclub del Casinò. C’era anche Battisti,  suonava la chitarra nel nightclub ma non cantava ancora. Non era ancora il Lucio che tutti conoscono».

Musicalmente come ha trovato questo Festival?

«Qualche pezzo bello c’era, e il Festival è stato molto rivolto ai giovani».

Lei è salito sul palco proprio con due giovanissimi: LDA e Aka 7even.

«Sì, volevano accanto a loro un po’ di storia e un po’ di energia. Mi hanno mandato la loro versione di Andamento Lento: era fresca, mi è piaciuta subito. Sono ragazzi educati, puliti, e si capiscono bene tutte le parole che cantano».

Nelle ultime settimane si è parlato molto della vittoria di Sal Da Vinci. Lei cosa ne pensa?

«Il pezzo sta avendo un successo enorme. Quando qualcuno vince, però, c’è sempre chi deve trovare qualcosa da criticare. Io non amo queste cose. Se una canzone ha successo, vuol dire che qualcosa ha colpito il pubblico».

Lei ha fatto parte di una stagione straordinaria della musica napoletana insieme a Pino Daniele.

«Pino vendeva dischi ovunque, da Nord a Sud, a Gorizia, a Udine, in America. È stato un caposcuola del blues di strada, del blues dei vicoli di Napoli. Ha avuto il coraggio di dire quello che molti di noi pensavano ma non osavano dire».

Com’è cambiata Napoli negli anni?

«Oggi è incredibile. Non riesci a camminare, proprio come a Sanremo durante il Festival, però a Napoli senti l’odore del fritto ovunque (ride, ndr). Ma non abbiamo solo il cibo, consiglio sempre di vedere anche i musei e i monumenti. Napoli è la culla della cultura europea».

Torniamo alla musica. Sta per uscire un cofanetto in quattro vinili che racconta tutta la sua carriera. Che effetto le fa rivederla così, tutta insieme?

«È un progetto a cui tengo molto. Devo ringraziare Alessandro Galassi della Cimbarecord, che ha avuto il coraggio di realizzarlo. Ogni vinile racconta una parte della mia storia. Il primo si chiama Golden Age, il secondo Rhythm Session, il terzo è Drums and Percussion Power, quasi tutto batteria e percussioni. Il quarto è Jazz Friends, con grandi musicisti con cui ho suonato: Astor Piazzolla, Buddy DeFranco, Sammy Nistico, John Lewis».

C’è anche un ricordo di Pino Daniele.

«Sì. C’è un brano che ho scritto dopo che Pino ci ha lasciati, Destino e speranza. Si sente anche il sassofono del mio amico James Senese. È un disco pieno d’amore».

A proposito di James Senese: ogni volta che si parla di lui saltano fuori aneddoti straordinari.

«James era una cosa a parte. Quando sento il suo sassofono penso alla notte, ai vicoli dove sono nato, a Porta Capuana. Ti racconto quest’altra storia: eravamo in Sicilia, dopo un concerto andammo in un albergo vicino all’aeroporto di Punta Raisi, proprio sul mare. Io mi tuffai dagli scogli e gridai al cameriere: «Butta ‘a pasta!». Quando uscimmo dall’acqua ci portarono due aragoste enormi. James era felicissimo: «Ma che è chesto? È bellissimo!». E voleva ordinarne un’altra. Gli dissi: “James, lascia stare che queste costano!”. Ci siamo divertiti tanto insieme».

Riascoltando le registrazioni di una vita intera, c’è qualcosa che avrebbe inciso diversamente?

«Sì, certo. Quando eravamo in studio suonavamo tutti insieme, dal vivo, non come oggi che ognuno registra a casa sua e poi si montano le tracce. Allora capitava che pensassi: “Mannaggia, questa frase potevo farla diversamente”».

Pensa spesso ai rimpianti che ha?

«Sono molto sensibile, quindi certe cose le sento sempre con me. Ci sono molte cose della mia vita che non rifarei mai, soprattutto follie giovanili».

C’è un episodio che le viene in mente?

«Una volta a Milano sono uscito in macchina con una nebbia pazzesca. A un certo punto mi sono ritrovato nella corsia opposta, con un camion davanti che mi lampeggiava. Ho rischiato tantissimo. Lì ho capito che certe volte bisogna avere la forza e l’intelligenza di fermarsi».

È una lezione che prova a trasmettere anche ai giovani musicisti?

«Certo. Io insegno la batteria e la vita da cinquant’anni. Ai ragazzi dico sempre: non fate solo tecnica. Mi fanno sentire cose bellissime, ma è tecnica gratuita. Io gli chiedo: dov’è il cuore? Fatemi sentire il vostro umore, fatemi sentire il groove».

Oggi si corre troppo anche nella musica?

«Sì. È diventata una gara a chi fa più colpi. Ma nel jazz c’è una grande lezione: uno in meno è meglio. È la lezione di Miles Davis, di Coltrane, di tutti i grandi».

Tra qualche giorno parte il suo tour degli ottant’anni. È vero che sarà l’ultimo?

«Quando lo stavamo progettando qualcuno ha detto: potrebbe essere l’ultimo tour. Io ho risposto: scriviamo sotto “nun ’o saccio”, non lo so».

Davvero non lo sa?

«Come fai a dire basta? Se smetto di suonare muoio. La musica è adrenalina pura. Ho attraversato momenti molto bui negli ultimi anni, ho bisogno di stare sul palco, mi tiene vivo».

In questi giorni è uscito il suo nuovo singolo.

«Un regalo per i miei fan, si chiama Miranda».

Perché questo titolo?

«Ero in montagna e mentre componevo questo pezzo, nato da un mio groove del 1972, continuava a tornarmi in mente questa parola: Miranda. Ho scoperto che in latino significa cose meravigliose, la bellezza. All’inizio il titolo doveva essere “Io sto ccà”, per dire che a ottant’anni sono ancora qui, a vivere per il ritmo, che resta la cosa più vicina al battito del mio cuore».

Lascia un commento Annulla risposta

Exit mobile version