David Parenzo risponde al telefono al termine di una seduta di fisioterapia, mentre l’infortunio alla spalla rimediato sugli sci continua a rimbalzare tra radio e social. È «l’effetto collaterale» de La Zanzara, il programma che co-conduce da oltre quindici anni con Giuseppe Cruciani. «Fa ancora male, ma non richiederà l’intervento chirurgico: questa è la vera notizia» dice il giornalista. Da qui parte una conversazione che attraversa l’Italia di oggi, il governo Meloni, la politica internazionale e l’Europa, fino al suo ultimo libro, Lo scandalo Israele, un saggio in cui Parenzo difende la vitalità democratica dello Stato ebraico e critica senza sconti le ambiguità della comunità internazionale.
Parenzo, la sua spalla è la più famosa d’Italia: ne parlano tutti. Come sta?
«Sto bene, sono in fase di fisioterapia. La fortuna è che non la devo operare. Questa è la vera notizia».
Attraverso La Zanzara tutto viene amplificato in modo incontrollabile. Le pesa non avere più una sfera privata?
«Le persone conoscono forse il dieci per cento della mia vita. Ognuno fa vedere quello che vuole e seleziona cosa rendere pubblico. Poi andando in tv con il braccio così era evidente che sarebbe venuto fuori, quindi l’ho “gaggizzata”. È diventata un format. Ma potrebbe essere anche una metafora dell’Italia: una frattura che sembrava portare al declino assoluto e che invece si ricompone. Siamo un Paese che ha superato qualunque cosa, persino il governo 5 Stelle–Salvini, il più populista della storia».
E adesso siamo in risalita o fermi?
«Sono un ottimista assoluto, per citare Claudio Cerasa e il suo libro L’Antidoto. È un Paese che cresce poco, ma cresce. Nei momenti più assurdi ha sempre dimostrato una capacità di ripresa enorme. Anche gli episodi di tensione avvenuti recentemente a Torino sono fenomeni marginali, che andrebbero isolati. Non c’è una rivolta sociale. I problemi ci sono, la povertà e il disagio esistono. Ma questo Paese ha anticorpi».
È soddisfatto del governo Meloni?
«Non l’ho votato e all’inizio lo guardavo con scetticismo. Ora però ammiro la capacità di Giorgia Meloni di entrare in sintonia con il Paese. Sul piano internazionale ha superato la prova. La vorrei forse più europeista».
So che la «saga Vannacci» di queste ultime ore la diverte moltissimo. È arrivata la notizia del suo addio alla Lega.
«È un reality show. È perfetto per i titoli dei giornali. Ma se vai al supermercato e chiedi alla gente cosa ne pensa di Vannacci, ti guardano strano. Al Paese reale non gliene importa niente».
Trump: buffone o pericolo?
«Non è un buffone. Incarna perfettamente lo spirito del tempo. Non è lui che ha distrutto il nuovo ordine mondiale: lo hanno fatto Putin e le autocrazie. Lui ha solo accelerato un processo già in corso. Non mi piace come si rapporta all’Europa: credo che saremmo un ottimo alleato degli Stati Uniti. E non apprezzo i suoi modi, un presidente deve saper interpretare il ruolo che ricopre. Guarda la Meloni, è passata da urlare in piazza a essere una donna di Stato. Si è evoluta. Trump continua a fare il gigione, non rappresentando al meglio il suo Paese. Detto questo, ha avuto anche buone intuizioni come gli Accordi di Abramo».
Passiamo al suo libro Lo scandalo Israele. Definisce lo Stato ebraico una “pietra d’inciampo” positiva. Qual è quella negativa per l’Europa?
«L’Ungheria di Viktor Orbán. Israele è uno scandalo virtuoso, una democrazia in mezzo alle teocrazie. Orbán è uno scandalo regressivo, un modello illiberale dentro l’Europa».
Nel libro critica apertamente l’Onu e una parte della comunità internazionale, accusandole di faziosità. Non teme che questa lettura venga scambiata per un allineamento ideologico?
«No. E francamente non me ne importa nulla. Ho detto qualcosa di fattuale: le Nazioni Unite sono oggi candidate a essere inefficienti, inefficaci e neppure più rappresentative. Basta guardare il Consiglio di Sicurezza dove siedono potenze che non riescono neanche a mettersi d’accordo. A me, anzi, fa paura che esista il diritto di veto in quelle condizioni. Il diritto internazionale va benissimo tra Paesi che condividono certi valori. Ma quando hai a che fare con autocrazie che non hanno lo Stato di diritto e lo usano contro di te, appellarsi alle stesse regole diventa ipocrisia. Il paradosso massimo è vedere l’Iran – che di Stato di diritto non ha nemmeno l’ombra – invocare il diritto internazionale. È l’uomo che morde il cane».
Lei non risparmia Netanyahu, ma allo stesso tempo difende la vitalità democratica di Israele. È ancora possibile separare il giudizio su un governo da quello su uno Stato?
«Si deve. Io critico Netanyahu, ma difendo la democrazia israeliana. Il problema nasce quando la critica diventa una delegittimazione dell’esistenza stessa di Israele».
Lei una volta mi ha detto che l’Unione Europea è “sexy”. Lo pensa ancora?
«Più di prima. Guarda quanti Paesi vogliono entrarci. Welfare, cultura, diritti, storia: l’Europa è il posto migliore dove stare. Se la gente scappa da Cuba per andare a Miami e non il contrario, un motivo c’è. Lo stesso vale per l’Europa».
Veniamo a lei, ha alle spalle oltre quindici anni di Zanzara. Continuerà?
«Sì, finché mi divertirò e avrò qualcosa da dire. La Zanzara nasce da un equilibrio umano prima ancora che professionale: c’è l’amicizia, c’è il gioco, c’è il piacere del confronto quotidiano».
Lei passa dai saggi politici a quella grande arena radiofonica popolare che è il programma con Cruciani.
Come convivono i due mondi?
«Dentro ciascuno di noi convivono più registri. In me c’è l’analisi, c’è l’osservazione politica, ma anche una dimensione più istintiva e provocatoria. Non vanno negate, ma governate. Conta saperle usare nel contesto giusto e nel momento giusto. Finché questo è possibile, avanti tutta».









