«Chiedo solo che si prendano le loro responsabilità: sono adulti, hanno aperto un locale e devono rispondere di ciò che è accaduto». Non usa mezzi termini Leonardo Bove, il 16enne milanese sopravvissuto alla strage del locale di Crans-Montana, in Svizzera. Dopo oltre sei mesi di degenza al Centro Grandi Ustioni dell’ospedale Niguarda di Milano, il ragazzo è tornato a casa e affronta il futuro con una determinazione incrollabile.
La sua priorità oggi è riconquistare la vita, lasciandosi alle spalle il trauma di quella tragica notte. «Sui gestori non penso nulla, mi interessa solo la mia vita: l’ho vista sfuggire e non voglio più perderla», ha confidato. Il ricordo della sofferenza è ancora vivo, tanto da spingerlo a rifiutare categoricamente l’idea di mettere di nuovo piede nella località elvetica: «Non ci voglio tornare, voglio cancellarla dalla mia memoria».
Il percorso per riabbracciare il figlio è stato drammatico anche per i genitori. Il padre Gabriele ha ripercorso le ore angosciose delle ricerche, segnate dall’incertezza e dall’attesa dell’identificazione, giunta solo dopo tre giorni tramite l’esame del DNA grazie all’intervento delle autorità diplomatiche italiane. Un’attesa estenuante sfociata in una gioia inevitabile ma composta, vissuta nel rispetto del dolore profondo delle altre famiglie delle vittime.
Oggi per Leonardo inizia un nuovo capitolo, guidato dalla voglia di ripartire e fermo nel chiedere giustizia per la tragedia che ha segnato la sua vita.
