«Abbiamo superato la fase di diffidenza iniziale e credo che nei prossimi dieci anni questo sarà un modello abitativo molto diffuso a livello nazionale». Ne è certo Saverio Tondolo, presidente del «Centro studi cohousing» di Confabitare Italia e autore del volume «Cohousing-Abitare un nuovo stile di vita».
Ci spiega cosa significa il termine cohousing?
«Intorno a questo termine per troppo tempo si è fatta tanta confusione. Si è confuso per esempio con il coliving o comunque una formula di coabitazione che rischia di limitare la libertà personale. Anche per questo nel progetto abbiamo preferito parlare di “case diffuse”. E’ il futuro dell’abitare, basti pensare che ormai negli Stati Uniti il 10% delle nuove abitazioni viene costruito così. Il cohousing non è solo una soluzione abitativa, ma un vero e proprio cambio di paradigma. Un’esigenza che tutti abbiamo avvertito durante il Covid: una casa comoda e spazi outdoor condivisi. Ognuno è proprietario della propria abitazione ma anche di tutti gli spazi esterni, in uguale misura. Per esempio, se devo fare una festa posso usufruire di una sala comune dotata di ogni comfort, se devo ospitare parenti e amici, di una foresteria. Si possono perfino affittare questi spazi all’esterno».
Perchè in Italia è ancora poco sviluppato?
«Perchè si tende a vedere la casa come un’estensione della propria personalità, un’ostentazione di rifiniture e arredi. Invece il cohousing permette di avere tutti i lussi di una villa full optional, come ad esempio piscina e campo da tennis, a un costo ridotto. Una soluzione che piace soprattutto ai giovani, che non hanno possibilità di investire grandissime cifre in un’abitazione di proprietà, ma non solo loro».
Nei mesi scorsi avete effettuato un monitoraggio accurato di tutti i progetti avviati a livello nazionale. Quali altri spunti sono venuti fuori?
«Tra quelli positivi, fondamentale è il progetto di casa modulare che permette di vivere nello spazio necessario come avveniva tanti anni fa per i trulli. Se i miei figli si sposano e vanno via, posso staccare un modulo e metterlo a rendita. Evito anche il senso psicologico di vuoto e solitudine che certi anziani vivono in abitazioni molto grandi. Confrontandoci anche con le facoltà di Psicologia e Sociologia, abbiamo visto anche che il miglior risultato si ottiene se tariamo il tutto da un minimo di 20 a un massimo di 40 abitazioni, con gente di età diverse per evitare ghettizzazioni».
In Spagna stanno utilizzando fabbriche dismesse per progetti di cohousing.
«Ce ne sono anche in Italia, a Milano. E’ un’opzione interessante anche se più utile a livello di coworking. Tuttavia il cohousing non è una soluzione utile solo per il nuovo: può essere utilizzata per esempio nella ristrutturazione dei quartieri periferici di tante città. Una rigenerazione urbana ed umana».










